C’è un'indagine della Procura di Udine sul possesso di spray antiaggressione che ha innescato una simbolica protesta davanti al tribunale friulano da parte della giornalista Irene Giurovich, difesa dall'avvocato Andrea Castiglione. La donna, che risulta tra i 15 indagati in Friuli, è arrivata a incatenarsi davanti alla procura per denunciare pubblicamente di essere finita sotto inchiesta per la violazione della legge 895/1967 (detenzione illegale di armi) a causa di una bomboletta al peperoncino regolarmente acquistata online, di quelle che si trovano in tanti negozi anche sul territorio.
Tutto ha avuto inizio nel maggio del 2025, quando le forze dell'ordine hanno proceduto al sequestro dello strumento di autodifesa presso l'abitazione della giornalista. Secondo quanto emerso dagli atti, la consulenza tecnica disposta dalla Procura avrebbe rilevato la difformità del prodotto rispetto ai requisiti del D.M. 103/2011, ipotizzando che la miscela contenuta potesse essere infiammabile, configurando lo spray come un’arma. Giurovich, però, si appella alla buona fede sua e di quanti l’hanno acquistato, sostenendo che l’etichetta del prodotto riportasse tutti gli elementi atti a configurarlo come strumento legittimo di difesa. Infatti, l'argomentazione difensiva punta anche sull'assenza dell'elemento soggettivo del reato: un privato cittadino non disporrebbe delle competenze chimiche per verificare la composizione interna di un prodotto venduto liberamente nelle grandi catene di distribuzione e nelle farmacie online. Inoltre, la difesa contesta anche la consulenza tecnica della procura, in quanto sarebbe stata effettuata senza avvisare gli indagati, rendendola un "accertamento non ripetibile" svolto senza le necessarie garanzie legali.
“A Udine abbiamo grossi problemi di criminalità, abbiamo gruppi di maranza che girano con i coltellacci e i tirapugni. Udine è molto cambiata negli ultimi 2-3 anni, vedi queste gang di diverse etnie... Abbiamo paura a uscire e lo spray era una tutela”, ci ha spiegato Giurovich, che ha deciso di procedere con l’acquisto anche a seguito di minacce ricevute per il suo impegno animalista. La giornalista si sente vittima, eventualmente, e non capisce la ragione per la quale è stata indagata. Anche perché ha evidenziato come il prodotto riportasse chiaramente in etichetta la dicitura "strumento di autodifesa non classificabile come arma".
Durante la protesta, Giurovich ha chiesto pubblicamente l'intervento del Procuratore Capo per fare chiarezza sulla vicenda e sollecitare l'archiviazione del procedimento ma il suo appello non ha ricevuto al momento riscontri.