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"Forse uccisa con la spillatrice". Trent'anni fa l'omicidio di Nada Cella

Nada Cella, uccisa nel 1996
Nada Cella, uccisa nel 1996

Ricorrono 30 anni dall'omicidio di Nada Cella. Era infatti il 6 maggio 1996 quando la segretaria 25enne fu assassinata nello studio del commercialista Marco Soracco in via Marsala a Chiavari.

Dopo decenni di indagini, le investigazioni sono ripartire su impulso della criminologa Antonella Delfino Pesce, che ha individuato, tra le carte, una persona attenzionata per soli cinque giorni poco dopo il delitto.

Si trattava di Anna Lucia Cecere, che all'inizio del 2026 è stata condannata in primo grado a 24 anni di reclusione. Sentenza anche per Soracco, condannato a 2 anni per favoreggiamento.

Sulla vicenda c'è un libro esaustivo, rigoroso e particolareggiato, che racconta in modo capillare l'omicidio, il suo retroterra e le indagini. Si tratta de "Il delitto di Chiavari - La strana morte di Nada Cella", scritto a quattro mani da Igor Patruno, che qui viene ascoltato da IlGiornale, e Giacomo Galanti.

Dottor Patruno, il vostro libro è uscito nella seconda metà del 2023. Ma fino a oggi ci sono state novità importanti. Le vuole commentare?

"Questa è una vicenda complessa. A marzo 2024 la gup Angela Nutini aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere e l'iter processuale è stato piuttosto complicato, perché la pm Gabriella Dotto e la procura di Genova hanno dovuto presentare ricorso. Ma bisogna partire dalla sentenza della gup, che aveva parlato di insufficienza di prove e di vecchi errori investigativi non più recuperabili".

E poi?

"Il processo è stato difficile, l'estensore delle motivazioni è un magistrato italiano abbastanza noto, Massimo Cusatti. Lui scrive chiaramente che la ricostruzione è quasi romanzesca a tratti addirittura contorta, ma aggiunge che lo è per la complessità dell'ambiente nel quale i fatti si sono svolti. Questo fa capire la grande difficoltà con la quale il processo è stato fatto e fa capire che è stato un processo indiziario. Il lavoro svolto è stato molto attento e anche il presidente della Corte è stato molto attento a far emergere non solo gli elementi a sfavore dell'imputata, ma anche gli elementi a favore dell'imputata. Ci sono state ampie garanzie. Adesso vedremo cosa accadrà, perché non siamo di fronte al giudicato, siamo di fronte a un primo elemento. Era importante che questa sentenza venisse scritta bene e secondo me è stata scritta bene".

Perché dice questo?

"Un elemento che mi ha colpito è il fatto che il giudice, nella sua autonomia, non ha accettato la ricostruzione dell'aggressione che è stata fatta durante il dibattimento. Durante il dibattimento si è detto che l'aggressione sarebbe iniziata davanti alla porta nel corridoio, poi ci sarebbe stata una specie di inseguimento e l'aggressione sarebbe terminata dentro la stanza dove la povera Nada è stata ferita in modo mortale. Invece il giudice dice che a suo avviso è più convincente la propria ricostruzione, ovvero che probabilmente l'aggressione avvenuta direttamente nella stanza della segretaria, all'improvviso".

Perché il delitto di Chiavari è paragonato, a torto, a quello di via Poma?

"Intanto perché i nostri colleghi all'epoca pensarono al delitto avvenuto in ufficio e quindi misero in collegamento l'ufficio di via Poma con l'ufficio di Chiavari in via Marsala. Poi ci fu anche l'intervista a Claudio Cesaroni, che disse di sperare che in questo caso non accadesse quello che invece era accaduto con la figlia. Cesaroni aveva espresso in qualche modo la sua preoccupazione. Poi io e Giacomo Galanti abbiamo parlato con alcuni ex inquirenti e ci è stato riferito che proprio in quei giorni c'era molto timore, che non si riuscisse a risolvere subito il caso. Poi sappiamo che cosa è accaduto: per fortuna Delfino Pesce è riuscita a trovare la relazione dei carabinieri, che ha cambiato radicalmente la percezione di quello che probabilmente era accaduto e le cose sono andate diversamente. Via Poma e via Marsala sono di due casi molto distanti tra loro. Però riflettevo su un elemento che emerge dalle motivazioni".

Cioè?

"Mi sono chiesto: perché Nada Cella avrebbe fatto entrare Cecere? Nelle motivazioni si legge che Soracco le aveva chiesto di non passarle le sue telefonate. Se Nada ha fatto entrare il suo assassino o la sua assassina, è un elemento che torna rispetto a via Poma. Anche se dietro quest'ultimo delitto c'è Roma, una strana estate romana in cui piove ed è umido, sullo sfondo della città deserta. Dall'altra parte c'è Chiavari, il cui ambiente è presente nelle motivazioni".

Ci sono stati degli avvenimenti violenti e insoliti che hanno proceduto il delitto. Secondo lei hanno un'attinenza?

"C'è il furto della nuova Fiat 500 dei Cella 17 febbraio del 96, auto poi ritrovata. La mamma di Nada, Silvana Smaniotto, ci ha spiegato che sia lei che la figlia fossero convinte che era stato un dispetto dei vicini albanesi, inizialmente in un ottimo rapporto con loro, ma poi diventati invadenti e allontanati. La cosa che mi ha colpito di più però è il danneggiamento, tempo dopo, della bicicletta di Nada. Mi sono fatto l'idea che in questo evento compaia, forse, un elemento sconosciuto. Chiamiamola una mia suggestione. Il periodo più importante è tra marzo e aprile 1996, perché è in questo periodo che sarebbe collocata, secondo la sentenza, la visita di Cecere in ufficio, ricevuta da Nada".

Cosa ci raccontano i dati informatici sulla tempistica e la dinamica omicidiaria, oltre che il possibile movente?

"Non credo che abbiano a che vedere con l'omicidio, ma con il fatto che Nada volesse lasciare il lavoro. Certo, è un mistero perché Nada Cella sia andata in ufficio così presto e si sia messa a lavorare al computer sui dati di una cliente dello studio. Tra l'altro con un programma, Excel, che non è quello che loro utilizzavano perché avevano un programma dedicato per trattare queste cose. Poi c'è la stampa del documento e il foglio che viene stampato con due diversi formati. Ci sono delle cose che non sono state, a mio avviso, spiegate. Noi non sapremmo mai perché Nada stava lì. Quello che lei ha preso è il libretto di lavoro, perché è stato trovato dentro la borsa".

Quanto il luogo del delitto ha inciso positivamente o negativamente nelle indagini?

"Una vicina sente un tonfo a un certo punto, un tonfo che forse ha qualcosa a che vedere con il delitto. Poi ci sono le telefonate che arrivano in ufficio e una voce femminile che butta giù. Ci sono diversi elementi inquietanti, e questo ha influito secondo la sentenza in maniera determinante.

Quanto è importante quel bottone sulla scena del crimine, con ciò che sappiamo oggi grazie alle investigazioni di Antonella Delfino Pesce e il processo di primo grado?

"Importantissimo credo. E c'è un dato: Cecere aveva conservato i bottoni, staccati e conservati. Perché l'ha fatto? Anche se poi è stata determinante la testimonianza della vicina di casa, che dice che quella mattina Cecere esce presto, contrariamente alle abitudini. Il giudice scrive che quel giorno aveva deciso di chiarire con Marco Soracco, il che è convincente perché non è stata ravvisata premeditazione".

Emergerà mai una certezza sull'arma del delitto?

"Nella pozza di sangue viene trovato un punto di spillatrice, uno solo, solo lì. Fa pensare che la spillatrice sia stata un'arma.

Gli inquirenti hanno considerato tante cose, tra cui un vaso, che è stato analizzato. Peraltro Cusatti scrive che l'aggressione potrebbe essere avvenuta in tre tempi. Io credo che questa è una sentenza sulla quale si discuterà molto".

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