Abbiamo tanto bisogno di un Cesare Beccaria

"L'arte della ricchezza" di Carlo Scognamiglio Pasini svela il lato "economico" del grande giurista e filosofo

Abbiamo tanto bisogno di un Cesare Beccaria

Ho letto un libro su Cesare Beccaria (1738-1794) da cui ho imparato che cosa è Milano, e che cosa potrebbe diventare anche adesso, se ascoltasse lo spirito illuminista che dorme in qualche posto della sua testa, forse intorpidito dalle polveri sottili della scemenza. Lo ha scritto Carlo Scognamiglio Pasini, il quale è uno dei pochi ad avere due cognomi ben spesi, e lo dimostra anche stavolta. Questo volume, che ha la densità di un testo accademico e la prosa avvincente di un Bertrand Russell, propone la genialità di Beccaria immersa nella vita intellettuale e politica e persino pettegola della Milano del Settecento, a me assolutamente sconosciuta ed invece attualissima, ma ripropone anche la figura di Scognamiglio che avrebbe molto da dire alla storia di questa città, questo però lo vedremo dopo.Il libro si intitola L'arte della ricchezza. Cesare Beccaria economista (Mondadori Università, pagg. 328, euro 22). Beccaria è famoso giustamente come autore di Dei delitti e delle pene. Lo finì che aveva 26 anni. Era il massimo che si potesse scrivere e pensare sul tema, ed ha fama mondiale. Sono 85 pagine d'oro. Ed infatti in Italia lo si cita, ma l'idea illuministica di giustizia che intesse quelle pagine arricchisce le biblioteche e i convegni ma non la pratica dei tribunali e delle carceri.Scognamiglio va oltre. Che successe a Beccaria dopo quel capolavoro? A ventisei anni, Beccaria smise di fare il giurista, e provò a trasferire i principî illuministici che aveva attinto dai francesi Voltaire ed Helvetius e dagli inglesi Locke e Hume all'economia e al pensiero sociale. Nessuno cita alcun'altra opera di lui, salvo che negli ambienti dei dotti. Eppure, ci fa sapere il professore già presidente del Senato, oltre che giurista, il marchese Beccaria è considerato uno dei massimi economisti della storia, e non da autori avvezzi al campanilismo nostrano, ma da luminari come Joseph Schumpeter. Nella personale classifica di Scognamiglio, che vede ai primi posti appaiati Adam Smith e John Maynard Keynes, il nonno di Manzoni (tale fu Beccaria) viene subito dopo. Aveva capito tutto. E cioè, anticipando Smith, aveva compreso che la ricchezza delle nazioni non sta nel patrimonio che consente rendite anche cospicue, ma nel lavoro, nella capacità di movimentare i commerci. Insomma: Beccaria è stato un grande pensatore liberale. Liberale e milanese. Liberale e lombardo. Aveva capito anche che la questione della «moneta» è essenziale. La teoria monetaria non è qualcosa di incomprensibile, ma uno strumento per dare ricchezza e felicità a tutti. Espose le sue teorie in lezioni di economia politica destinate ai futuri funzionari dello Stato di Milano (un governatorato all'interno dell'impero austriaco, con circa un milione e trecentomila abitanti).Le sue tesi, gradite a Vienna, che voleva la prosperità dei popoli governati nei suoi confini, erano invece piuttosto invise ai patrizi milanesi, che tenevano molto a caste e corporazioni, di cui erano l'emblema. Dovette mollare la cattedra, e non poté o non volle pubblicare il libro che raccoglieva le sue lezioni di docente non ancora trentenne. Uscirono dieci anni dopo la sua morte, nel 1804. Pare che non amasse le grane, del resto, quando per gioco gli chiesero cosa avrebbe voluto scrivere sulla sua tomba, compitò in latino: Vitam minus ambitiose Quam Tranquille vixit (Visse la vita tranquillamente, senza alte ambizioni). Non è che non fece nulla: scrisse opere filosofiche e di scienza. Fece il burocrate dell'amministrazione dello Stato, scrisse moltissime disposizioni, e fece star bene il popolo lombardo. Aveva infatti questa idea del bene comune come compito dell'attività politica e di governo: «La condotta migliore è quella che permette di raggiungere la massima felicità per il maggior numero di persone».Qui non ho nessuna intenzione di esporre le tesi rivoluzionarie di Beccaria riscoperte da Scognamiglio: le sciuperei. Mi limito a descrivere l'ambiente dove sono nate. Milano a quel tempo era una fucina di idee, una culla di vita geniale. I giovinotti dopo studi severi dai barnabiti e dai gesuiti, magari uscivano piuttosto atei o poco cattolici, ma sapevano forgiare il progetto di mondi nuovi. Si trovavano a leggere e a commentare le opere nuove che arrivavano dalle università inglesi o dai circoli parigini. Dei delitti e delle pene non germinò da studi solitari ma dall'appartenere insieme all'Accademia dei pugni, dove c'erano i fratelli Verri, capeggiati dal maggiore di loro e capo della combriccola, Pietro, Luigi Lambertenghi, Giambattista Biffi, l'Abate Longo. Non disdegnavano le ragazze, talvolta vere e proprie ninfe, che portavano idee, leggevano e discutevano Shakespeare e Rousseau, Voltaire e Hume. Beccaria era considerato un genio matematico e poetico, fu vittima di dileggi come uomo pigro, Verri si dilettò con la di lui moglie, circolavano pettegolezzi, e formule algebriche. A Parigi questa brigata era rinomata, Beccaria era conteso da Caterina di Russia che lo voleva come consulente.Milano è questa cosa qui. E questi intellettuali (da cui nacque il famoso Caffè) non erano ricamatori di follie o di astrazioni, ma non erano neanche gli utopisti francesi delle ghigliottine o del comunismo come Marx, che tante morti hanno causato, ma riformatori, sburocratizzatori, al servizio del benessere semplice del pragmatismo lombardo. Milano però era un piccolo Stato per nulla indipendente, l'Italia non esisteva, era frantumata, il laboratorio milanese non contagiò la penisola.La caratteristica di questa cultura dell'illuminismo milanese, che Scognamiglio racconta come un'avventura di teste e di sentimenti, è che teneva insieme scienza e umanesimo. Ciò che è stata poi la caratteristica anche del Politecnico di Carlo Cattaneo e delle sue idee federaliste...Dicevo di Scognamiglio. Come Beccaria, è di una grande famiglia milanese, ha condotto alti studi, ha inventato l'economia industriale in Italia portandola qui dalla London School of Economics and Political Science. Ha trasformato la Luiss da piccola università locale a faro europeo. Poi ha avuto il torto di entrare in politica. Il suo guaio è che sopra di lui non c'era Maria Teresa d'Austria. La Milano che racconta, quella di Beccaria e Verri, dei giovani che amavano la matematica e le belle donne, il lavoro e i pensieri guardando la Madonnina; quella Milano è la sua, in fondo è lui. A suo tempo, chiamato dopo il disastro di Tassan Din, risanò finanziariamente e politicamente il Corriere, insediando Piero Ostellino come direttore. Riassunse anche me. Ma dei danni che ho fatto, nessuno gliene faccia una colpa.

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