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Alchimie e scelte

Giorgia Meloni ha rivendicato con il piglio che la contraddistingue il provvedimento che tassa gli extra-profitti delle banche. "È stata una mia decisione", ha rimarcato

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Giorgia Meloni ha rivendicato con il piglio che la contraddistingue il provvedimento che tassa gli extra-profitti delle banche. «È stata una mia decisione», ha rimarcato. Come ha difeso la scelta di non aver avvertito tutti i partner della maggioranza, a cominciare da Forza Italia, per ovvie esigenze di discrezione vista la delicatezza dell'argomento: comportamento che si mette in atto quando è necessario, ma che normalmente non si rimarca pubblicamente in una coalizione.

Detto questo, si è trattato di un esempio di quel sano decisionismo che caratterizza le leadership: una qualità che in un premier non guasta. Tutt'altro. Il tipo di scelta, ovviamente, ha reso più evidente l'imprinting del governo che, per chi non lo avesse capito, non è un governo di centro-destra ma di destra-centro, che affronta i temi sociali con una cultura diversa da quella più puramente liberale. Il che non deve meravigliare: la Meloni si è formata alla scuola della destra sociale, che è cosa ben diversa della scuola liberale. A cominciare dai rapporti con le banche e con il mercato. Elementi che tutti avevano avvertito e che la scelta sulla tassazione degli extra-profitti da parte della premier ha reso tangibili.

Il problema ora è la natura del decisionismo della Meloni, perché questo tratto che è appartenuto a diverse premiership nella storia della Repubblica (vedi Craxi, Berlusconi, lo stesso Renzi) deve essere affiancato - per evitare imprevisti - anche dalla capacità di rappresentare tutti i mondi che si muovono nell'orbita del centrodestra. Coniugare decisionismo e rappresentanza è la formula che permette di garantire la governabilità ma nel contempo anche la coalizione che sostiene il governo e la sua constituency. Non si tratta, infatti, solo dei partiti, ma anche degli interessi, delle categorie, delle culture, delle istituzioni che in questi trent'anni si sono ritrovate nelle politiche del centrodestra. I piccoli risparmiatori, ad esempio, sono parte integrante di quell'universo che ha permesso alla coalizione capeggiata dalla Meloni di affermarsi alle ultime elezioni. Il Cav è sempre stato attento ai dosaggi in quella complessa alchimia che mescola il decisionismo con la rappresentanza. Non per nulla è durato trent'anni. L'attuale premier, sia pure da posizioni diverse, deve avere la stessa capacità. Perché si può avere anche un tratto identitario che è prevalente nella politica di una coalizione di governo, ma devi tenere conto anche di chi è diverso da te nell'alleanza e, in particolare, degli interessi di cui è portatore. Altrimenti si corre il rischio di perdere qualche pezzo proprio mentre sul versante della sinistra stanno esorcizzando le divisioni con Calenda che torna a dialogare con i grillini e, anche se solo per disperazione, provano a rimettere in piedi l'armata Brancaleone: in fondo anche una compagnia di matti com'era l'Unione di Prodi, ha vinto un'elezione.

In questo senso è anche giusto contendere il consenso delle categorie più deboli su temi come banche, inflazione e salari a una sinistra che sta investendo tutto sulla sua svolta radicale. Ma nel perseguire questo obiettivo devi stare attento a non privarti di quello che hai: non è il momento di perdere mondi, semmai sarebbe necessario acquisirli, allargando la capacità di rappresentanza dell'alleanza che tiene insieme la destra con il centro.

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