Bergamo, il cappellano prega con i cari dei defunti dal telefonino

Il cappellano del Giovanni XXIII di Bergamo non rinuncia alle esequie: ecco come il frate è riuscito a garantire vicinanza ai cari dei defunti

"Muoiono soli, senza che nessuno possa venire neanche a salutarli". Quando fra Aquilino Apassiti, a Bergamo, narra di questo tragico spaccato, con buone probabilità, ha appena smesso di pronunciare una preghiera, in contatto con le famiglie dei defunti del bergamasco, mediante l'utilizzo di un telefonino, che usa posizionare accanto o comunque vicino alle bare.

La storia è balzata agli onori delle cronache in questi giorni. Chi contrae il Covid-19 non può avere contatti umani, neppure con le persone care. Gli unici che vedono sono i medici e gli infermieri. Non a caso si parla d'isolamento. E chi muore, muore senza poter salutare nessuno. Questo è uno degli aspetti più drammatici del contesto pandemico da coronavirus che abbiamo già rilevato. Ma c'è anche chi risiede dall'altra parte: le famiglie ed i conoscenti di chi esala l'ultimo respiro. Quelli che, a loro volta, non possono stare al capezzale dei loro parenti malati.

Il consacrato in questione ha quasi novant'anni. Ma l'energia della fede prescinde dall'anagrafe. Anche questo è un elemento che il mondo può dare per assodato. Papa Francesco, durante una delle sue ultime riflessioni, ha invitato i consacrati della Chiesa cattolica alla prossimità con i malati. E fra Aquilino Apassiti ha preso alla lettera le indicazioni del pontefice argentino, che come sappiamo è un sostenitore della "Chiesa in uscita", ossia di una Chiesa che non può dirsi autoreferenziale e che non deve mai rinchiudersi all'interno di un recinto.

Fra Aquilino, che già ha avuto a che fare con le zoonosi quando, da missionario, ha operato in Brasile, con la malaria e tutto quello che ne consegue in termini di conseguenze sanitarie ed umane, oggi è incaricato come cappellano di un nosocomio che sta vivendo giornate dolorose, il Giovanni XXIII di Bergamo.

Stando a quanto ripercorso da La Stampa, che ha avuto modo di interloquire in maniera diretta con il consacrato, fra Apassiti non prova timore: ha raccontato di avere un'età per cui, ammalarsi, ha un'importanza relativa. Ma non è tutto. Anche la mascherina protettiva gli arreca un qualche fastidio. Al frate interesserebbe poter sorridere a chi ne ha bisogno. E poi c'è chi non ha il Covid-19:"Non ci sono solo i malati di coronavirus, abbiamo pazienti oncologici, quelli in dialisi In questo ospedale stiamo lavorando al 150%. Conduciamo una lotta contro il tempo per salvare vite umane".

La battaglia a Bergamo si svolge su una serie di campi. Quelli che il consacrato in questione, con un'umanità straordinaria, occupa pregando e donando se stesso, in piena comunione con quello che i cattolici hanno spesso messo in campo durante fasi storiche come questa a noi contemporanea.

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