Cronache

"Sempre consapevole". Così fece morire di stenti la piccola Diana

Alessia Pifferi è in carcere con l'accusa di aver fatto morire la figlioletta di stenti. Per il gip la 36enne non sarebbe affetta da alcuna patologia psichica. La difesa: "Bollata come un mostro"

"Sempre consapevole". Così fece morire di stenti la piccola Diana

"L'indagata non ha mai avuto, nella sua vita, nessuna storia di disagio psichico né tanto meno di psico-patologia". Sono le motivazioni con cui il gip del Tribunale di Milano Fabrizio Filice ha respinto la richiesta dei legali di Alessia Pifferi, la mamma accusata di aver lasciato morire di stenti la figlioletta Diana, 18 mesi, di sottoporre l'assistita a un accertamento neuro-psichiatrico. Secondo il magistrato, la 36enne è sempre stata "consapevole" anche dopo l'ingresso nel carcere di San Vittore dove è reclusa, con l'accusa di omicidio volontario aggravato, da fine luglio.

La consulenza psichiatrica

Gli avvocati Solange Marchignoli e Luca D'Auria, difensori di Alessia Pifferi, avevano chiesto di poter appurare con un accertamento di tipo "neuroscientifico-cognitivo", più che strettamente psichiatrico, la condizione della propria assistita. Istanza che il giudice ha respinto ritenendo che non vi siano i presupposti per procedere. Alessia Pifferi "si è sempre dimostrata consapevole, orientata e adeguata, - ha spiegato il magistrato - nonché in grado di iniziare un percorso, nei colloqui psicologici periodici di monitoraggio, di narrazione ed elaborazione del proprio vissuto affettivo ed emotivo, come attesta in particolare la relazione del 2 agosto 2022". Dalle relazioni redatte del Servizio di psichiatria interna del carcere di San Vittore, consegnate ai pm Francesco De Tommasi e Rosaria Stagnaro, emerge "una condizione psichica dell'indagata del tutto nella norma". Il prossimo 14 ottobre, si discuterà la nomina dei consulenti che dovranno eseguire l'incidente probatorio. Sarà nominato, oltre ai professionisti già indicati nella precedente udienza, un genetista per procedere all'analisi del contenuto del biberon, di una bottiglia d'acqua e della boccetta di "En" (un farmaco contenente benzodiazepine ndr) trovati accanto alla culla della bimba morta.

La reazione dei legali

La decisione del giudice è stata contestata dai legali della 36enne che, invece, puntano al riconoscimento di una eventuale criticità neuroscientifica-cognitiva che possa aver condizionato la condotta dell'assistita. "La difesa di Alessia Pifferi non può arrendersi di fronte all'ennesimo diniego alla richiesta finalizzata a capire cosa sia successo nel cervello della propria assistita. - hanno spiegato gli avvocati all'Ansa - È troppo facile chiudere la partita bollando Alessia come un mostro bruciandola sul rogo mediatico". "La giustizia nega il diritto di difendersi provando - hanno aggiunto i legali -. Come se le neuroscienze fossero qualcosa che può entrare nel processo solo per valutare l'infermità mentale, quando invece studiano i percorsi cognitivi e l'intenzionalità di tutte le attività umane".

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