La borghesia e le imprese ci salveranno dopo il virus

I più colpiti dalla pandemia ci salveranno. Non bisogna intralcialri con burocrazie e tassazione.

Rispetto a tutte le crisi finanziarie che seguono processi prolungati di espansione creditizia, nel caso dell'attuale pandemia non si riparte da una concentrazione di cattivi investimenti dei mezzi di produzione (come è successo, per intenderci, nel 2008 in relazione al settore immobiliare) che potrebbe giustificare un alto e longevo tasso di disoccupazione strutturale. Al contrario, e nonostante i lockdown onnicomprensivi e indiscriminati che hanno paralizzato l'economia e demoralizzato un'intera classe imprenditoriale, il tasso di preferenza temporale e la struttura dei beni di capitale sono rimasti intatti ed è quindi ancora possibile riassegnare i fattori di produzione in modo sostenibile, rapido e permanente.

La ripresa, tuttavia, non potrà arrivare né dal governo né dai suoi funzionari, ma solo da un esercito di imprenditori fiduciosi: gli unici disposti a mettere i propri capitali in gioco e capaci di prendere le decisioni più appropriate nelle loro particolari coordinate di tempo e di luogo. Affinché possano individuare le opportunità che iniziano ad emergere e sapere approfittarne, tuttavia, è fondamentale che non venga ostacolato il libero esercizio della funzione imprenditoriale. È necessario, in altre parole, liberalizzare tutti i mercati e, in particolare, il mercato del lavoro e quello del resto dei fattori di produzione, eliminando tutte le regolamentazioni (salario minimo, reddito di cittadinanza, blocco dei licenziamenti ecc.) che irrigidiscono l'economia, creano disoccupazione e bloccano l'efficienza dinamica del mercato. Inoltre, il settore pubblico non deve sprecare le risorse che sono necessarie alle imprese e agli agenti economici per risanarsi. È quindi essenziale procedere verso una riduzione generalizzata delle imposte che lasci il maggior numero delle risorse nelle tasche dei cittadini e, soprattutto, liberi il più possibile dalla tassazione i profitti delle imprese e l'accumulazione di capitale.

Va ricordato che in un'economia i profitti sono i segnali essenziali a cui attingono gli imprenditori per individuare, intraprendere e portare a compimento gli investimenti più redditizi e quindi più urgenti dal punto di vista della società. Dal canto suo l'accumulazione di capitale è conditio sine qua non per elevare la produttività del lavoro e quindi i salari reali. L'imposta di successione che alcuni governi hanno follemente proposto di introdurre o inasprire, altro non è che una pura tassa sul capitale. Si tratta della più dannosa, considerando che la possibilità di aumentare e tramandare liberamente il proprio patrimonio di generazione in generazione è, da tempo immemore, l'incentivo principale per accumulare capitale a lungo termine e preservare quelle istituzioni, come la famiglia, che sono alla base della civiltà.

Se non è il momento per i governi di prendere, va aggiunto, tuttavia, che non è neppure il momento per i governi di dare. D'altronde per poter dare di più il governo deve necessariamente essere nelle condizioni di poter prendere di più da cittadini e imprese. Per questa ragione, l'intento da parte dei Paesi dell'Eurozona di promuovere la ripresa facendo leva sulla spesa pubblica e sul debito, attraverso i meccanismi messi in atto dall'Unione Europea con il suo roboante programma Next Generation EU, andrebbe visto con molta preoccupazione. Tale programma prevede, principalmente attraverso il Recovery and Resilience Facility, lo stanziamento di 750 miliardi (390 di trasferimenti e 360 sotto forma di prestiti a buon mercato) tra i 27 stati membri per finanziare la transizione ecologica, la digitalizzazione, lo sviluppo infrastrutturale e l'inclusione sociale. Si tratta dell'ennesimo piano di ingegneria socioeconomica di stampo costruttivista e cartesiano, mosso da quella fatale arroganza che abbonda nell'anima del pianificatore centrale e da cui già ci mise in guardia Friedrich von Hayek, premio Nobel nel 1974.

Quando i miliardi da Bruxelles arriveranno, le economie dell'Eurozona si staranno già riprendendo in maniera autonoma. Il che vuol dire che questa pioggia di quattrini assorbirà e devierà le risorse scarse che sono essenziali al settore privato per avviare e completare i progetti d'investimento necessari. Questi ultimi, essendo finanziati volontariamente sulla base di una redditività reale, sono gli unici capaci di creare ricchezza in maniera autonoma e generare un'occupazione sostenibile a breve, medio e lungo termine. Al contrario, gli investimenti pubblici, essendo finanziati coercitivamente sulla base di un consenso partitico momentaneo, consumano ricchezza e generano un'occupazione necessariamente instabile, fondata puramente sull'arbitrio dei governanti di turno. Per non parlare poi dell'inefficienza intrinseca del settore pubblico nel canalizzare le risorse ricevute e l'inevitabile politicizzazione nella loro distribuzione, sempre molto vulnerabile alla ricerca e al mantenimento del clientelismo politico corrispondente. Tutti in Spagna ricordiamo l'enorme fallimento del cosiddetto «Piano E», l'iniezione di spesa pubblica promossa dal governo Zapatero per affrontare la crisi del 2008. O il deplorevole fallimento della politica fiscale ultra-espansiva in Giappone promossa da Shinzo Abe a partire dal 2012, che non ha avuto alcun effetto apprezzabile se non quello di trasformar quest'ultimo nel Paese più indebitato del mondo.

Dobbiamo vedere con altrettanta preoccupazione la politica monetaria ultra-lassista (massicce dosi di nuovo denaro, quantitative easing, tassi d'interesse a zero) che continuano a condurre le banche centrali e in primis la Bce. Oltre a «nipponizzare» l'economia, impedendo che vengano rettificati gli errori d'investimento commessi e bloccando qualsiasi incentivo politico per realizzare le riforme strutturali che ridarebbero competitività all'Eurozona (quale governo si assumerà l'alto costo politico di risanare i propri conti e, ad esempio, liberalizzare il mercato del lavoro se la banca centrale è pronta a finanziare ogni disavanzo a costo zero?), man mano che ci avviciniamo alla piena normalità e le persone sentono di non aver più bisogno di mantenere saldi di tesoreria così alti, questa iniezione massiva di nuovo denaro nel sistema economico rischia di generare una forte inflazione dei prezzi, con ripercussioni gravi sui mercati finanziari. Lo stiamo già iniziando a notare. Il prezzo dei prodotti agricoli continua a salire e ha raggiunto il massimo degli ultimi tre anni; e lo stesso sta accadendo con i noli e molte altre materie prime (minerali, petrolio, gas naturale, ecc.) che stanno raggiungendo prezzi addirittura da record.

Anziché far affidamento su una politica economica pro-ciclica dobbiamo cercare di risanare i conti pubblici, snellire la spesa pubblica improduttiva, ridurre la pressione fiscale, alleggerire il carico burocratico e normativo sulle imprese, liberalizzare il mercato del lavoro e riformare lo Stato sociale, restituendo la responsabilità delle pensioni, della salute e dell'educazione alla società civile (ricordiamo che l'80% dei dipendenti pubblici spagnoli sceglie ogni anno l'assistenza sanitaria privata rispetto a quella pubblica). Affinché tutto ciò sia possibile devono essere interrotte le manipolazioni monetarie da parte delle banche centrali, veri organi di pianificazione socialista. In assenza di un quadro monetario stabile, che dia fiducia agli agenti economici e disciplini i nostri governanti costringendoli a fare una buona finanza, nessuna economia può riprendersi in maniera sostenibile e, soprattutto, nessuna libertà può esser garantita e tutelata. La pandemia attuale, con tutte le violazioni dei diritti individuali che l'hanno accompagnata, ne è la prova.