Calabria, una terra senza buoni

Calabria, una terra senza buoni

Dove sono i buoni? È questa la domanda davanti alle migliaia di pagine dell'inchiesta della Procura di Catanzaro che ci consegna un quadro nerissimo, in cui professionisti, inquirenti, politici e società civile fanno squadra con la 'ndrangheta anziché combatterla. La mafia calabrese è l'organizzazione criminale più potente al mondo non solo grazie al monopolio del traffico di stupefacenti ma soprattutto perché a casa sua non ha nemici, fatta eccezione per qualche magistrato coraggioso come Nicola Gratteri a Catanzaro o Giuseppe Lombardo a Reggio Calabria e pochi altri. Gli inquirenti che hanno lavorato alla maxi inchiesta hanno dovuto difendersi da continue fughe di notizie perché le Procure sono un colabrodo. Per capirsi: le 416 copie dell'ordinanza sono state stampate fuori dalla Calabria per riservatezza, e trasportate con mezzi blindati nella notte. Persino la magistratura calabrese non è immune dal contagio del cancro 'ndranghetista, come provano i recenti guai in cui sono finite alcune toghe «eccellenti» per pedigree e statura giuridica: colpa di presunte liaisons dangereuses con politici e uomini d'affari o di legge. Non sono i primi e non saranno gli ultimi, ma tant'è. Lo ha scritto bene Claudio Cordova nel suo libro Gotha, uscito nei giorni scorsi con la prefazione del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho: «C'è un sistema di potere capace di rafforzarsi, rigenerarsi e mutare nonostante le sanguinose guerre tra clan, le morti e gli arresti». Sono troppe le figure che in Calabria si muovono nella paludosa e grigia terra di mezzo, con indosso l'abito che puzza di massoneria deviata, ed è questo l'humus in cui sin dagli Anni '70 prosperano le cosche, a braccetto con schegge impazzite e servizi segreti, capaci di decidere a tavolino le sorti di ogni singola elezione politica. Questa indicibile alleanza è il prezzo che lo Stato paga perché in passato uomini delle istituzioni si sono serviti della 'ndrangheta, e lo dicono le carte processuali, in cambio di una pax mafiosa e soprattutto sociale. E infatti la Calabria, anziché ribollire di rabbia per la disoccupazione e il degrado, tace e fa spallucce. Se lo Stato non può fidarsi dello Stato, se le cosche riescono a penetrare le istituzioni che dovrebbero garantire la giustizia, se la società civile che dovrebbe urlare il proprio sdegno ai quattro venti anziché ribellarsi si adegua e si accuccia, sfamata dalle briciole che il riciclaggio dei capitali provenienti dal narcotraffico inevitabilmente fa ricadere sulla Calabria, se le menti migliori dedicano energie e risorse a risolvere i problemi della 'ndrangheta anziché fermare l'emorragia migratoria che ogni giorno desertifica sempre più famiglie, allora vuol dire che tutto è perduto. Che i buoni non ci sono, sono scappati tutti. Diceva Corrado Alvaro, lo scrittore con la faccia di pugno che questa terra dannata la conosceva bene: «La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile». L'inchiesta di Catanzaro toglie l'ultima speranza e spazza via l'ultimo dubbio.

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