Il capodanno dei radical chic: così s'inventano omicidi razzisti

Il caso di Agitu Ideo Gudeta, rifugiata uccisa a martellate in Trentino, rivela il tic di cercare sempre la pista razzista

Avevo pensato di dedicare il primo appuntamento del 2021 di questa rubrica ad una classifica dei peggiori esempi di chiccismo dell’ultimo anno. Poi è successa quell’immane tragedia di Frassilongo dove è stata uccisa una signora etiope, simbolo di accoglienza e integrazione. Agitu Ideo Gudeta aveva creato un allevamento, vendeva formaggio di capra, aiutava i migranti. Aveva pure subito minacce razziste. Il suo decesso è un orrore, come tutti i delitti. Ma la reazione alla notizia della sua morte riassume non pochi tic radical chic che vale la pena raccontare.

Non appena si scopre che il corpo di Gudeta è stato ritrovato esanime nella sua casa in Trentino il pensiero, e il racconto senza conferme, si concentra sulle “minacce razziste” denunciate dalla 43enne etiope in passato. L’occasione è ghiotta: muore una donna, rifugiata, imprenditrice vittima di attacchi xenofobi e pure “pastora” (con la “a” finale di ordinanza radical). Gli ingredienti ci sono tutti per cavalcare la vicenda politicamente. Torniamo all’articolo pubblicato mercoledì da Repubblica, oracolo dei radical chic. Il problema della donna, racconta il quotidiano, negli ultimi due anni erano diventati i vicini: “Mi insultano, mi chiamano brutta negra, dicono che me ne devo andare e che questo non è il mio posto”, aveva denunciato ai carabinieri. Il tribunale si era espresso e aveva condannato un uomo del posto a 9 mesi per lesioni. Il signore in questione, che ha sempre negato pregiudizi razzisti, subito dopo l’omicidio ha pensato giustamente di schivare eventuali accuse: con la sua morte non c’entro nulla, “nonostante la mia personale esperienza”. I carabinieri in effetti di certezze sulla matrice dell’assassinio non ne hanno. Ma Repubblica titola: “Uccisa la rifugiata icona d’integrazione: aveva denunciato le minacce razziste”. Come a dire: sento puzza di crimine xenofobo.

Anche Mimma Dardano, capogruppo della lista Nardella al Comune di Firenze, interpreta a suo modo i contorni della vicenda. E su Facebook si lascia andare ad un lungo sfogo: “Gesti ignobili si consumano nel nostro paese ‘libero’ e ‘democratico’, dove l’inclusione e il colore della pelle fanno ancora paura - scrive - Agitu era una imprenditrice di successo ma era nera e questo in una delle tante regioni italiane dove, grazie ad una politica di intolleranza delle destre e della Lega, per qualcuno non era ammissibile”. Il messaggio è chiaro: colpa del (presunto) razzismo destroide. E invece?

E invece l’assassino reo confesso della proprietaria de “La capra felice” è un ghanese. Sbarcato in Italia nel 2015, Adams Suleimani, 32 anni, era stato assunto da Gudeta come pastore. Un lavoro, un alloggio dove vivere, uno stipendio. Mica male. Per colpa di una mensilità pagata in ritardo, però, l’immigrato l’ha colpita a martellate e poi ha abusato di lei mentre agonizzava a terra. In meno di 24 ore crolla così la pista xenofoba. Repubblica lo deve ammettere, quasi dispiaciuta per l’epilogo di quella che “poteva sembrare una storia di razzismo” ed è “in realtà un femminicidio”. Capito? Pure la Dardano, alla fine, si è dovuta scusare usando la classica formula del sono stata “evidentemente fraintesa”. Ma tant’è: storia già vista.

Il tic radical chic di cercare sempre il movente xenofobo, infatti, non nasce con l’orribile morte di Gudeta. Ricordate le uova lanciate addosso all’atleta italiana di colore? Si parlò per giorni di un Paese incattivito e prossimo alle leggi fascistissime (al Viminale c’era Salvini), accecato dall’odio e dal razzismo di stampo leghista, e invece a prendere di mira la giovane Daisy Osakue erano stati tre scemotti capitanati dal figlio di un esponente Pd. Niente uova razziste allora così come non c’è alcun assassino xenofobo oggi. I radical chic se ne dovranno fare una ragione. E magari aspettare un po’ prima di puntare il ditino. Intanto auguriamo buon anno pure a loro.

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