Cari intellettuali meno parole, passiamo ai fatti

Da quando è scoppiata questa terribile guerra seguo anch'io, come tutti, con grande apprensione le notizie e i commenti su giornali, tv e social. E mi aspetto qualche parola importante dagli intellettuali

Cari intellettuali meno parole, passiamo ai fatti

Da quando è scoppiata questa terribile guerra seguo anch'io, come tutti, con grande apprensione le notizie e i commenti su giornali, tv e social. E mi aspetto qualche parola importante dagli intellettuali, in specie dai miei colleghi scrittori. Ho letto diversi loro interventi, ma di interessante non ho trovato quasi nulla, come se il mestiere dello scrittore fosse in fondo un mestiere generico, buono per tutto e niente, e quindi incapace di scendere nello specifico delle cose.

Nel mare delle notizie, tutte disperanti, le parole dello scrittore (come in pandemia) si saltano a piè pari. Si resta sulle generali, sull'omelia laica, sui grandi valori, sugli appelli alla pace, solleviamo il dito medio contro Putin, eccetera. Meglio chi si appella alla memoria - ricordando, come fa giustamente Paolo Giordano sul Corriere, l'esistenza di scrittori e poeti ucraini che stanno rischiando la cancellazione (anche fisica). Non perché siano i portatori di un'identità culturale specificamente ucraina, ma semplicemente perché fanno il nostro stesso lavoro e potrebbero non farlo più. Questo ci riporta al problema vero, quello della libertà di pensiero, senza cui non esisterebbe nessun'altra libertà. Se non difendo la libertà di tutti, vuol dire che, probabilmente, non m'importa molto della mia. Vuol dire che m'interessano di più le mie cattedre, le mie prime pagine, le mie rubriche, le mie rendite di posizione, la mia pastasciutta. Tutte cose più importanti della libertà, soprattutto della libertà degli altri.

Certo, sarcasmo a parte, tutti teniamo famiglia, tutti abbiamo qualcosa che non vogliamo perdere. Ma perdere qualcosa, o comunque mettere qualcosa a repentaglio, è necessario. Il valore delle nostre azioni si misura da quello che siamo disposti a perdere, a mettere in gioco. Alla violenza liberticida si deve rispondere facendo qualcosa. Come diceva Flannery O'Connor: non bisogna dire di no (per esempio alla guerra), bisogna fare di no; per dire che non si deve fare una cosa, bisogna farne un'altra.

Le cose che si potrebbero fare sono tante. Ricordo che, durante la guerra in Bosnia, Erri De Luca si metteva addirittura alla guida di camion carichi di cibo e beni di conforto per portare un barlume di aiuto a quella gente stremata. Non dico che si debba fare come lui. Paolo Giordano ci suggerisce un'azione più semplice: tenere i contatti con gli scrittori ucraini, non lasciarli soli, perché la solitudine è morte. Ma si possono compiere azioni anche più umili, magari poco eclatanti ed appetibili dagli uffici stampa, azioni che non portano molta pubblicità. Come, per esempio, farsi promotori di una raccolta di denaro da far pervenire alle famiglie degli scrittori sotto assedio, magari portandolo di persona al confine ucraino; oppure - ancora più semplicemente - accogliere profughi ucraini in casa propria. È quello che farò io e che faranno diversi amici.

Questi sacrifici a misura d'uomo sono, a mio parere, le azioni che valgono di più, anche dal punto di vista culturale: molto più di qualunque azione dimostrativa, da cui è difficile togliere una quota di narcisismo. Pensiamo a quanti eroi anonimi hanno ospitato ebrei, partigiani o fascisti (al tempo in cui i perseguitati erano loro) durante gli anni bui dell'ultima - speriamo - guerra mondiale, e così facendo hanno dato un contributo fondamentale alla ricostruzione di una convivenza che fosse veramente umana. Di molti di loro siamo venuti a sapere dopo decenni, di altri non si è mai saputo nulla. Ma è giusto ricordare che, se possiamo scrivere i nostri romanzi, le nostre poesie, le nostre canzoni, girare i nostri film, dipingere i nostri quadri in libertà, lo dobbiamo in gran parte proprio a loro.

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