Chi ha paura delle elezioni

Il voto lo teme chi non lo ha. Fugge dalle elezioni solo chi sa di perderle. O chi è sinceramente illiberale.

Chi ha paura delle elezioni

Il voto lo teme chi non lo ha. Fugge dalle elezioni solo chi sa di perderle. O chi è sinceramente illiberale. È semplicissimo spiegare le reazioni isteriche che si sono scatenate ieri dopo le dimissioni del premier. Legittimo rivendicare il desiderio di prolungare la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi: l'alto profilo, la caratura internazionale, l'ottima stampa di cui gode. Benissimo, siamo tutti d'accordo. Ma se non ci sono più i presupposti, se precipita nel vuoto la ragione sociale per cui un esecutivo è nato, se non c'è più una maggioranza, bisogna andare alle urne. Senza frignare ed evocare catastrofi planetarie. Sono le regole basilari di un aggeggio, tanto antico quanto fondamentale, che si chiama democrazia.

Certo, capiamo bene che in Italia si è persa la consuetudine alla consultazione popolare, dopo oltre dieci anni di democrazia «rarefatta», per usare un eufemismo. Lo spread, la Borsa, poi la pandemia e infine la guerra. Tutto è stato utilizzato come un macigno da sistemare sulla strada che divide il cittadino dalle urne.

E a quelli che oggi ci ricordano come la stampa internazionale sia stizzita per l'improvviso rigurgito elettorale italico, ricordiamo che nel resto del mondo, negli ultimi anni, le elezioni sono sempre state celebrate. Nonostante tutto.

La vita politica non è stata surgelata in attesa di tempi migliori perché, volendo, si trova sempre un valido motivo per non andare a votare. Altrimenti un giorno ci diranno che c'è troppo caldo per eleggere un nuovo governo e noi gli daremo pure ragione, inaugurando la stagione della meteocrazia.

Giusto per fare qualche esempio: entro la fine del 2022 lo Stato d'Israele - nonostante la pandemia e i problemi di sicurezza interna - sarà andato alle elezioni cinque volte in una quarantina di mesi; lo scorso gennaio è toccato al Portogallo, poi alla Francia e quindi all'Ungheria; dopo l'estate si voterà in Svezia e in Austria. E, a dispetto di tutto, israeliani, portoghesi, francesi e ungheresi sono ancora vivi, non sono stati falcidiati dalla mannaia delle tornate elettorali.

Certo, avremmo desiderato tutti andare alle elezioni con delle condizioni economiche e geopolitiche migliori, più stabilità e meno Covid, più crescita e meno inflazione.

Ma la politica è fatta anche di imprevisti e, ogni tanto, è giusto che la parola passi ai cittadini. È la democrazia, teniamocela stretta.

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