Il colore del super partes

Non c'è che dire, questo strano Paese riesce sempre a sorprendere. E sicuramente, da quando domani sarà fissata la convocazione del Parlamento per l'elezione del nuovo Capo dello Stato, ne vedremo sempre di più belle

Il colore del super partes

Non c'è che dire, questo strano Paese riesce sempre a sorprendere. E sicuramente, da quando domani sarà fissata la convocazione del Parlamento per l'elezione del nuovo Capo dello Stato, ne vedremo sempre di più belle. Del resto nel collezionare paradossi siamo già a buon punto. Da due giorni, dopo il discorso di Capodanno del Presidente Mattarella, nel dibattito sul Quirinale un'altra parola ha soppiantato quella che aveva tenuto banco la settimana precedente per tracciare l'identikit del nuovo Capo dello Stato: al posto dell'ormai logoro «non deve essere divisivo» scuola Enrico Letta, la nuova definizione è «deve essere super partes», secondo l'interpretazione che i soliti giornali hanno dato del verbo dell'attuale Presidente.

Con tutto il rispetto, mi pare un'affermazione pleonastica perché l'imparzialità, l'equidistanza sono insite nella carica stessa dell'inquilino del Colle. Non potrebbe essere altrimenti, sarebbe come chiedere ai candidati al soglio di Pietro la santità che si acquista l'attimo stesso in cui si è scelti come Pontefici. E, infatti, a leggere con attenzione i consigli di Mattarella ci si accorge che «il super partes» non è un attributo, ma un dovere, un sentimento che deve guidare il nuovo Capo dello Stato nel momento in cui sale al Colle. Spiega Mattarella: «Un Presidente, all'atto della sua elezione, deve spogliarsi di ogni sua precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell'interesse generale».

Del resto non potrebbe essere altrimenti, chi in politica non è stato partigiano? Basta rileggere la stessa biografia di Mattarella: è stato per 25 anni in Parlamento (sette legislature); 5 volte ministro e una vicepresidente del Consiglio; vicesegretario della Dc e capogruppo del Ppi. Se poi deve far testo solo la sua nomina alla Corte Costituzionale, allora si dovrebbe decidere che al Quirinale si arriva solo dalla Consulta. Magari nelle prossime settimane qualcuno si inventerà questa tesi per favorire l'elezione di Giuliano Amato, ma anche lui non è mica nato «super partes»: 18 anni parlamentare, due volte presidente del Consiglio, cinque ministro. «Appartenenze» del genere, per usare le parole di Mattarella, si riscontrano nella stragrande maggioranza delle personalità che si sono succedute al Quirinale. Questa lunga digressione per dire che un comportamento «super partes», di garante, è un obbligo che un Capo dello Stato deve assumere nei confronti del Parlamento che lo ha eletto quando entra nelle sue funzioni. Porlo come una discriminante nell'identikit di un candidato al Colle è solo un esercizio retorico, peggio, ipocrita, che nasconde un veto. Un espediente fin troppo scoperto per tornare alla vecchia tesi del segretario del Pd che, orfano di nomi competitivi, teorizza che i leader dei partiti debbano essere tagliati fuori dalla scelta. Un arzigogolato ragionamento che punta solo a tenere fuori Silvio Berlusconi dalla corsa.

Perché alla fine di tutti i ragionamenti e di tutte le valutazioni nella testa degli esponenti della sinistra italiana un «super partes», per essere tale, deve avere un colore: il loro.

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