Contro emissioni e deforestazione ora arriva l'hamburger di proteine di microbi

Secondo uno studio pubblicato su Nature i surrogati della carne ottenuti con le proteine microbiche possono contribuire a ridurre la deforestazione e le emissioni di gas serra. Ma non sono chiari gli effetti sulla salute umana

Contro emissioni e deforestazione ora arriva l'hamburger di proteine di microbi

"La carne bovina fornisce proteine preziose all’uomo, ma la zootecnia ha un impatto ambientale negativo, specialmente in termini di deforestazione, emissioni di gas serra, utilizzo dell’acqua ed eutrofizzazione". Per questo, secondo i ricercatori dell’Istituto tedesco di Potsdam per la Ricerca sull’Impatto climatico sarebbe meglio sostituire bistecche e hamburger di manzo, ad esempio, con equivalenti prodotti in laboratorio. Una buona (almeno sulla carta) alternativa, suggerita dal team dello scienziato Florian Humpenöder, sarebbe la "carne vegetale" o quella ottenuta dalla fermentazione dei funghi: proteine microbiche coltivate in laboratorio e che si trasformano in un prodotto dal valore nutrizionale simile a quello di una entrecôte.

Si tratta di microbi nutriti con zucchero all’interno di bioreattori che si trasformano in un sostituto della carne. Ed è proprio grazie a questi surrogati, secondo i ricercatori tedeschi, che sarà possibile ridurre la deforestazione e le emissioni di Co2. "La sostituzione del 20 per cento di consumo pro-capite di carne animale con le proteine derivate dai microbi entro il 2050 compenserà i futuri aumenti delle superfici dedicate al pascolo su scala globale, riducendo del 50 per cento l’anno la deforestazione e le annesse emissioni di gas serra e metano", scrivono gli scienziati nello studio pubblicato sulla rivista Nature.

Questo tipo di alimento, quindi, è la tesi del team di Potsdam, servirà a rispondere ad una domanda di cibo che aumenterà sempre di più nei prossimi trent’anni, assieme al numero della popolazione mondiale. Le proteine microbiche, assieme a carne vegetale e prodotta in laboratorio, come ricorda l’agenzia Ansa, si trovano già sugli scaffali dei supermercati negli Usa, in Svizzera e nel Regno Unito. E proprio nella Londra post-Brexit le aziende del settore, che secondo il Guardian vale già 1,9 miliardi di sterline, vorrebbero creare il laboratorio europeo di questi alimenti futuristici, approfittando della cesura dei legami con l’Ue. La richiesta delle start-up al governo inglese, infatti, è di investire nella carne prodotta in laboratorio e di accorciare i tempi di approvazione dei prodotti, che in Europa oggi arrivano fino a tre anni.

Il problema, però, è che gli studi sulla sicurezza di questi prodotti per ora provengono in gran parte dalle aziende stesse. E non è ancora chiaro quanto possa essere salutare, con buona pace delle emissioni di anidride carbonica, nutrirsi di cellule moltiplicate infinite volte, che potrebbero contaminarsi o subire una "disregolazione" del proprio ciclo, proprio come accade per i tumori. "C’è bisogno di seri approfondimenti sugli effetti a lungo termine di queste cellule coltivate in un brodo chimico con fattori di crescita sull’organismo umano e di una vera valutazione di impatto ambientale, considerando anche le emissioni pesanti provocate dai bireattori utilizzati", commenta Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia.

Secondo l’imprenditore occorrono "precise disposizioni normative che obblighino a mettere in chiaro in etichetta la descrizione di questi processi produttivi ultra sintetici, vietando l’utilizzo di termini quali ‘good food’ o ‘carne pulita’ che inducono in errore il consumatore". "Insomma, - chiarisce al telefono con ilGiornale.it - se qualcuno vuole fare una polpetta di prodotti vegetali ultra-processati, di cellule indifferenziate cresciute in un brodo di antibiotici e fattori di crescita o di proteine fermentate da funghi per omologare la dieta mondiale, nessun problema: però non chiamatela carne".

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