Controllare i vicini come nel fascismo

Gli assistenti civici mi fanno tornare indietro di molti anni, all'epoca fascista, in cui per i giovani dai sei ai diciotto anni il controllo del comportamento era eseguito dai comitati comunali e rionali dell'Opera nazionale balilla

Controllare i vicini come nel fascismo

Gli assistenti civici mi fanno tornare indietro di molti anni, all'epoca fascista, in cui per i giovani dai sei ai diciotto anni il controllo del comportamento era eseguito dai comitati comunali e rionali dell'Opera nazionale balilla, che aveva come compito «l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù».

Dai 18 anni il controllo era svolto da volontari delle «camice nere», tramite l'organizzazione dei capi fabbricato. Io sono stato «figlio della lupa» sino a 8 anni e poi balilla sino a 14. Non ho fatto in tempo a diventare avanguardista perché nel '43 cadde il regime. Su noi studenti delle elementari e delle medie l'Onb vigilava affinché avessimo «sane ricreazioni che ci distogliessero da cattive abitudini e da perniciose sensazioni». Il testo dell'Onb diceva: «Dovete mostrarvene degni con la obbedienza a tutte le norme che vi vengono impartite; con la diligenza e con l'assiduità allo studio; con l'ordine e la pulizia in tutto ciò che vi riguarda; con la sincerità in ogni istante; col rispetto verso i superiori; con la purezza dei sentimenti verso Dio, verso la vostra famiglia e verso la Patria, la quale per opera del Duce, che regge lo Stato, vigila su di voi e ripone in voi le più rosee speranze».

Il mio vigilante a Sondrio era il professore di ginnastica, un brav'uomo magro e triste, credente nel Duce, incapace di farsi obbedire. Non fu così per mio papà, che era controllato da un fastidioso capo fabbricato, sia a Busto Arsizio, ove era stato sostituto procuratore del Re facente funzioni di procuratore, sia a Sondrio, ove si era insediato dal 1939.

Il «capo fabbricato» era una «camicia nera» volontaria della zona in cui noi risiedevamo, che non abitava nella nostra casa. Il suo potere era molto rilevante solo il sabato, quando tutti i funzionari pubblici dovevano mettere la camicia nera. Se di grado alto, indossavano anche la sahariana, cioè una giacca che ricordava le imprese africane fasciste. Secondo le regole di allora, mio papà sotto la camicia nera non poteva tenere una maglia di lana perché, dato il grado, aveva l'obbligo della sahariana e i principi fascisti imponevano che i funzionari pubblici avessero un corpo temprato: il Duce trebbiava il grano a torso nudo. Mio papà era magro e robusto, ma di solito aveva la giacca a doppio petto, il gilet, una camicia bianca con la cravatta. Il sabato faceva il sacrificio di mettere la sahariana e la camicia nera, senza cravatta, ma usava maglie di lana anche in primavera, che lo proteggevano dall'aria fredda nelle passeggiate serali. Aveva preso la tessera del fascio nel 1932, come «tessera del pane», quando era diventata obbligatoria per i dipendenti pubblici, salvo dimissioni. L'idea che qualcuno gli potesse chiedere di sbottonarsi la camicia per controllare se aveva la maglia di lana gli dava molto fastidio.

È vero che il «capo fabbricato» non aveva alcun potere giuridico, ma poteva fare un rapporto sul suo comportamento, denunciandone la inadeguata adesione al fascismo, emergente dal mancato rispetto di regole disposte del Capo del governo, con i suoi collaboratori, per il bene dell'Italia, che aveva il tricolore. Chi avesse disposto il divieto della maglia di lana in primavera, per coloro che indossano la sahariana, non era affatto chiaro. Il Duce, comunque, ne aveva raccolto il senso con la frase «vincere e vinceremo»; che suona equivalente al «ce la faremo» con cui il governo ci aiuta a essere bravi italiani con gli assistenti civici.

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