Coronavirus, le diagnosi al citofono: ​"Ha febbre o tosse? Non apro"

Le guardie mediche in Umbria alla prova coronavirus. L'indicazione agli ambulatori: chiedere al citofono se vengono da zone a rischio

Coronavirus, le diagnosi al citofono: ​"Ha febbre o tosse? Non apro"
Foto: LaPresse e foto creata da bearfotos (it.freepik.com)

Non ci sono solo i medici di Codogno e delle altre zone rosse. Non ci sono solo gli scienziati che ogni giorno esaminano centinaia di tamponi per scoprire nuovi casi di infezioni da coronavirus. In tutta Italia i dottori sono in prima linea e devono fare il conto con l'emergenza Covid-19.

Le indicazioni del ministero della Salute sono chiare: chiunque abbia qualche linea di febbre, la tosse, è tornato dalla Cina o pensa di essere stato a contatto con qualcuno che potrebbe aver contratto il virus, non deve andare al pronto soccorso o dal medico di base. Ma telefonare al numero gratuito 1500, restare in casa, lavarsi spesso le mani e indossare - se possibile - una mascherina. Però non sempre accade.

Tra il dire e il fare, come dice il famoso detto, c’è infatti spesso il mare. Le guardie mediche lo sanno bene, e per questo stanno prendendo le contromisure necessarie per evitare di essere infettati e diventare a loro volta vettore di diffusione. Un aneddoto particolare, e curioso, riguarda la regione Umbria. La Giunta ha emesso dei protocolli ben definiti per la gestione dell'emergenza. Qualora venisse a conoscenza di un "caso sospetto", un camice bianco deve: raccogliere le informazioni anagrafiche, evitare di farlo transitare in sala di attesa, dotarsi del kit di protezione, disinfettare le superfici, smaltire i rifiuti come materiale infetto e adottare tutte le "precauzioni standard". Se invece un paziente "sintomatico" (cioè con febbre o difficoltà respiratorie) contatta telefonicamente il presidio, allora il dottore deve "indagare" la possibilità che sia stato contagiato dal virus. Chiederà se è stato in Cina, se è stato esposto a casi accertati o sospetti di coronavirus o se è stato a contatto con persone rientrare da un Paese a rischio. Se almeno una delle risposte è positiva, il medico segnalerà il pericolo e scatterà il protocollo ministeriale per il tampone, la quarantena e via dicendo. Tutto logico.

Il problema è che non tutti i pazienti con sintomi simil-influenzali restano a casa e alzano la cornetta. Qualcuno potrebbe presentarsi comunque in ambulatorio. "Se lo facessimo entrare e poi risultasse positivo al Covid 19 - ci spiega un dottore, che chiede l'anonimato - poi dovremmo disinfettare e isolare tutto, oltre al fatto che esporrebbe noi stessi a rischi. Se dovessimo essere contagiati, visitando altri malati potremmo infettare tutti". Per questo l’indicazione aggiuntiva arrivata a chi lavora nelle trincea delle guardie mediche è quella di fare un "triage" via citofono. Tipo Salvini al Pilastro, viene da sorridere. Prima di aprire l'ambulatorio, i camici devono chiedere al paziente il motivo della visita e se viene dalle zone rosse di Lombardia, Veneto o Cina. In questo caso, e se il soggetto ha sintomi respiratori o febbrili, il medico non dovrà spalancare il portone ma chiamare il responsabile del dipartimento di igiene per sapere cosa fare. "Prima di aprire chiediamo: ha febbre o tosse, viene da zone a rischio?", racconta il dottore. "E solo se dice di no, allora lo facciamo entrare”.