La battaglia nel corpo: così si attivano le difese ​contro Covid-19

Dal momento esatto in cui una persona viene contagiata dal nuovo coronavirus servono mediamente dai quattro ai cinque giorni prima che il suo corpo formi gli anticorpi

Al momento non esiste alcun vaccino in grado di neutralizzare il nuovo coronavirus, e il nostro organismo può contare solo sugli anticorpi per difendersi dall’assalto del nemico invisibile.

Dal momento esatto in cui una persona viene contagiata, servono mediamente dai quattro ai cinque giorni prima che il suo corpo riesca a formare l’unica classe di molecole che, insieme ai Tcr (cioè i Recettori dei Linfociti T) è in grado di rispondere specificatamente all’azione di un agente estraneo: gli anticorpi.

A quel punto, una volta che gli anticorpi sono stati sfornati, dentro il paziente infetto prende il via una battaglia all’ultimo sangue tra i buoni, gli stessi anticorpi, e i cattivi, il virus. Inizia così l’infiammazione vera e propria, e uno dei segnali è dato dalla temperatura corporea che sale. In questa fase la misurazione della febbre può segnare valori piuttosto alti rispetto alla norma, o comunque superiori ai 37,5 gradi.

L’esito della guerra interiore dipende da vari fattori ma il principale è quello riguardante l’efficienza del sistema immunitario, che a sua volta è legata all’età del soggetto contagiato. Chiaramente più le persone sono anziane e più l’efficienza, in genere, tende a diminuire. Non esistono tuttavia certezze sul motivo per cui alcune persone reagiscano meglio di altre.

Dubbi e incertezze

In altre parole, perché il nuovo coronavirus può mandare in terapia intensiva anche persone giovani e sane, come ad esempio il paziente 1 di Codogno, uno sportivo 38enne senza alcuna malattia pregressa? La domanda resta senza risposta.

In ogni caso, dall’inizio dei sintomi il contagiato attraversa una fase che dura altri quattro o cinque giorni. Qui il virus riesce a passare dalle vie aeree superiori, dalle quali era entrato, fino a raggiungere l’interno dei polmoni. Solitamente, infatti, il Covid-19 infetta le sue vittime mediante le goccioline di saliva espulse durante i colpi di tosse o con il semplice atto di parlare. Ci sono tuttavia casi in cui il virus entra nell’organismo approfittando di mani non lavate e portate su occhi, naso o bocca.

Al momento, scrive Repubblica, l’utilizzo dei farmaci virali da parte dei medici è riservato solo alle fasi più avanzate della malattia ed è comunque un uso sperimentale. Si sta tuttavia lavorando per provare a estenderlo anche alle fasi iniziali e più precoci della malattia. Ricordiamo che gli antivirali fin qui testati contro il nuovo coronavirus sono i farmaci usati da anni contro l’Hiv, quelli sperimentati contro Ebola o, ancora, quelli tradizionali antimalarici come la clorochina.

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Commenti

Intensissimo

Dom, 22/03/2020 - 10:11

I dati ci sono!!! In Italia,grazie al Dott. Mozzi,che studia gli effetti dell'alimentazione in rapporto al gruppo sanguigno,da 40 anni. I gruppi A e AB,ad esempio,in base a questi studi,risultano avere un sistema immunitario debole,facilmente aggredibile da infezioni e/o tumori. Sarebbe sufficiente effettuare uno studio sul gruppo sanguigno dei malati e/o deceduti per avere dati certi.In Cina ci sono arrivati pochi giorni fa,hanno effettuato uno studio da dove risulta che il gruppo A conta la maggior parte di malati e/o deceduti,a conferma di quanto il Mozzi va dicendo da tanti anni!