Disinfettare spesa e maniglie? Ecco perché non serve a nulla

Stando alle ultime informazioni diffuse dagli esperti, il rischio di diffusione del patogeno sarebbe pressoché nullo sulle superfici, contrariamente a quanto si credeva fino a qualche mese fa

Il Coronavirus sopravvive sulle superfici per ore, no per giorni, anzi addirittura per settimane. Comunque sono peggio le superfici più porose, dove il patogeno riesce a mantenersi più a lungo, bisogna igienizzare gli oggetti, non è sufficiente lavarsi le mani. In questi mesi di pandemia si è sentito tutto ed il contrario di tutto, e la ridda di informazioni trasmesse ai cittadini dagli esperti, spesso contradditorie le une rispetto alle altre, non ha fatto altro che creare una gran confusione. L'unica cosa certa sono gli incrementi delle vendite di prodotti igienizzanti, che hanno fatto la fortuna delle aziende che li commerciano, come la multinazionale Procter & Gamble, che ha rivelato una crescita del 30% in quel determinato settore per quanto riguarda il trimestre conclusosi lo scorso settembre.

Ora tutto questo denaro speso per sanificare aeroporti, mezzi pubblici come treni e metropolitane o singoli negozi sembrerebbe perdere senso, almeno stando a quanto riportato dal New York Times: secondo le ultime teorie degli esperti, infatti, sarebbero poco consistenti se non completamente prive di fondamento le prove che il virus possa diffondersi anche grazie al semplice contatto con superfici eventualmente infette. Meglio sarebbe, spiegano gli scienziati, concentrarsi su ciò che può restare nell'aria in ambienti affollati. Resta sempre l'importanza di lavarsi le mani con acqua e sapone o disinfettante per 20 secondi, ma per osteggiare la diffusione del patogeno in ambienti chiusi piuttosto che concentrarsi sull'igienizzazione delle superfici parrebbe ora più saggio migliorare la ventilazione e la filtrazione dell'aria. "A mio parere molto tempo, energia e denaro vengono sprecati per la disinfezione delle superfici e, cosa ancora più importante, distogliendo l'attenzione e le risorse dalla prevenzione della trasmissione aerea". Queste le parole del dottor Kevin P. Fennelly (specialista delle infezioni respiratorie del National Institutes of Health), riportate da Dagospia.

Non solo. Pare anche che gli spray disinfettanti, ideati per irrorare ad esempio il personale dell'aeroporto di Hong Kong con lo scopo di proteggerlo dal Coronavirus, non abbiano una grande valenza. Shelly Miller, esperto dell'Università del Colorado Boulder, ha detto senza mezzi termini che oltre ad essere rassicurante per quanti si sottopongono ad essa fidandosi del risultato finale pur senza alcuna certezza scientifica, la soluzione dell'irrorazione disinfettante non ha alcun fondamento per quanto riguarda la lotta all'infezione: "Non riesco a capire perché qualcuno dovrebbe pensare che disinfettare una persona intera ridurrebbe il rischio di trasmettere il virus".

Tornando alla questione superfici, la confusione maggiore è probabilmente nata proprio a causa delle scarse conoscenze del Covid-19. Dato che altri disturbi respiratori come il semplice raffreddore e l'influenza possono generarsi anche dal contatto con superfici contaminate, si era pensato che per il nuovo patogeno le condizioni di trasmissione potessero essere identiche. Si parlava di una sopravvivenza fino a 3 giorni su superfici come acciaio e plastica (allarme rientrato successivamente perché ha preso piede la teoria secondo cui si tratterebbe solo di frammenti già "morti" del patogeno e non più in grado di infettare). La stessa Oms aveva diffuso questa informazione, spiegando che la diffusione via aerea sarebbe risultata per lo più pericolosa per il personale medico che si trovava ad operare in condizioni di rischio. Col tempo, invece, il rischio di diffusione aerea del Coronavirus ha acquisito maggiore rilevanza: il Covid resterebbe sospeso per ore in aria, causando situazioni di pericolo in ambienti al chiuso affollati e scarsamente ventilati.

È solo a luglio che qualche esperto, basandosi anche sui dati del Sars-Cov (il responsabile della Sars 2002/2003), ha parlato esplicitamente di una eccessiva preoccupazione per il rischio di diffusione del patogeno tramite le superfici piuttosto che nell'aria. "Per il virus originale della Sars, la trasmissione dei fomiti era molto minore. Non c'è ragione di aspettarsi che il parente stretto Sars-CoV-2 si comporti in modo significativamente diverso in questo tipo di esperimento", aveva spiegato il microbiologo della Rutgers University Emanuel Goldman.

Dopo Goldman, numerosi esperti hanno chiesto all'Oms di riconoscere quei dati e solo in seguito alle pressioni ricevute quest'ultima ha decretato il maggior pericolo di diffusione del patogeno in ambienti chiusi e poco ventilati come uffici, ristoranti, locali pubblici e luoghi di culto. Troppo tardi, dato che ormai era già scattata in tutto il mondo la paranoia superfici e l'igienizzazione degli ambienti interni. Per ora è questa la posizione degli esperti, almeno fino al prossimo testacoda.

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Commenti
Ritratto di Fabious76

Fabious76

Gio, 19/11/2020 - 19:56

A dire il vero io ricordo che già agli inizi della prima ondata si parlava del rischio contagio causati dall'utilizzo degli impianti di trattamento aria come quelli presenti negli alberghi, sugli aerei, etc!. Infatti, per molti ambienti era stato consigliato di disabilitare, ove possibile, il ricircolo dell'aria e attivare spesso, invece, il ricambio d'aria con quella esterna!