Il cortocircuito della democrazia

Non è tanto il qualunquismo quello che inquieta, da tempo è il sale dello spettacolo

Il cortocircuito della democrazia

Non è tanto il qualunquismo quello che inquieta, da tempo è il sale dello spettacolo. Sei lì, in prima serata sulla tv di Stato, ti siedi a gambe incrociate sul pianoforte, leggi la letterina, dici che il 12 giugno forse vai al mare per il caldo che fa, poi ci ripensi perché sei una persona per bene e votare è un dovere, visto che c'è gente che è morta per il sogno della democrazia, ma tra la sabbia e il seggio sfarini un predicozzo da bar. Ma a che servono questi referendum? E chi li capisce? Tutta roba da legulei e azzeccagarbugli. Se proprio si deve votare meglio farlo sull'etica, sul confine della vita. La giustizia quotidiana, quella dei diritti e delle pene, dei tribunali, dei giudici e dei procuratori, non interessa a nessuno. Basta non averci a che fare, neppure per sbaglio. L'etica è una faccenda che sbrighi in un quarto d'ora. Non ci sono domande senza risposta. Le carriere dei magistrati invece sono sacre e ne possono discutere solo i sacerdoti della legge. È il segno del tempo che fa.

Non è questo che però ti spiazza del monologo di Luciana Littizzetto. È quel «noi cittadini». È l'opinione che si proclama verità, come se fosse scontato, perché lei, si sa, sta dalla parte del giusto. È questo populismo che si fa popolo, assoluto, senza imbarazzo, tanto da usare una televisione pubblica per sputtanare un referendum. Chi vota si non conta. Luciana nella sua bolla non li ha mai incrociati. Non esistono e, se ci sono, non fanno tendenza. Al massimo andranno a votare in silenzio, come le pecore. Sono cittadini senza voce, senza par condicio, perché per loro non vale, mentre se capita dall'altra parte subito scatta la multa del garante. Dove sta adesso l'Agcom?

Non è resistenza quella della Littizzetto. È appropriazione. È un piccolo colpo di mano sulla Rai, legittimato con il falso «noi cittadini». E in nome di questo popolo in pochi minuti dissacra ogni cosa. Il Parlamento? È inutile e ci costa troppo. La Consulta? Un covo di corbellerie. Il referendum abrogativo? Una perversione mentale. Gli elettori? Perdonateli perché non sanno quello che fanno. Questa letterina burlona, se la si legge in controluce, si diverte a buttare giù i pilastri della Costituzione. Senza consapevolezza, certo. Luciana si presta a questo gioco solo per colpire i promotori. Chi li ha chiesti questi referendum? I Radicali. E quelli chi li capisce? E la Lega. Littizzetto vede Salvini e va al mare o forse no. Legittimo. Solo che lo fa nel nome del «noi» e per una sua antipatia sputa sulla democrazia. Allora ti accorgi ancora una volta che, nella cultura dove Luciana ristagna, c'è un cortocircuito con la democrazia. La riconoscono solo a chi la pensa come loro. Tutto il resto è indegno. È: lo Stato siamo noi.

Lo sa, Luciana, che anche Putin ha cominciato così?

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