Così i gesuiti vogliono cambiare il Padre Nostro

I gesuiti de La Civiltà Cattolica hanno avanzato la proposta di modificare la traduzione del Padre Nostro. "Prova" al posto di "tentazione"

Così i gesuiti vogliono cambiare il Padre Nostro

I gesuiti de La Civiltà Cattolica, la rivista diretta da padre Antonio Spadaro, hanno avanzato la loro proposta finalizzata a cambiare la traduzione del "Padre Nostro". La versione avanzata dalla storica testata gesuita è "Non introdurci nella prova" o "non metterci alla prova" al posto di "non indurci in tentazione". Nel quaderno di febbraio, infatti, Pietro Bovati ha spiegato come "prova", secondo la sua visione, sia la parola corretta con cui sostituire "tentazione". Alcune traduzioni correnti - come si legge qui - già prevedono la dicitura "Non permettere che noi entriamo (e/o soccombiamo) nella tentazione", oppure: "Non abbandonarci alla/nella tentazione". Tentazione, però, sarebbe un termine contradditorio rispetto alla natura benevola di Dio. Il Padre, insomma, non potrebbe mai e poi mai tentare l'uomo.

Sulla questione della corretta traduzione del "Padre Nostro" si era già espresso Papa Francesco. "Non è una buona traduzione" - aveva detto Jorge Mario Bergoglio riferendosi alla parte della preghiera che si riferisce ad un Dio che "induce in tentazione". "Anche i francesi - aveva sottolineato il pontefice argentino durante la settima puntata di «Padre Nostro», un programma in onda su Tv2000 - hanno cambiato il testo con una traduzione che dice non mi lasci cadere nella tentazione: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l'ufficio di Satana". Ora, a rilanciare la necessità di modificare il Padre Nostro, sono i gesuiti de La Civiltà Cattolica.

"Mai può essere attribuita a Dio l’azione del ‘tentare’ l’uomo, perché ciò sarebbe contraddittorio con la sua natura di Padre benevolo - ha evidenziato Pietro Bovati -. "Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni - ha sottolineato - che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte". Benedetto XVI, invece, aveva chiarito così il significato della discussa espressione: "In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo "e non c’indurre in tentazione", esprimiamo la consapevolezza "che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà". Ratzinger, che aveva comunque aperto a delle ipotesi di traduzione differenti da quella comunemente usata, aveva spiegato così, nel suo "Gesù di Nazareth", l'accezione dottrinale del termine "tentazione". Il Padre, insomma, permetterebbe in qualche modo al "nemico", cioè a Satana, di tentare l'uomo. I gesuiti, però, sembrano essere convinti della bontà di una vera e propria modifica.

"Non si tratta dunque di pregare il Padre esclusivamente per essere in grado di superare le tentazioni e vincere le seduzioni del Maligno – cosa questa senz’altro

necessaria -, ma anche di supplicare il Dio buono che conceda il suo aiuto a chi è piccolo e fragile, a chi sa che ‘lo spirito è pronto, ma la carne è debole’, così da attraversare la notte senza perdersi", ha concluso Bovati.

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