Cronache

Cosa Nostra cambia nome: ecco come la chiamano ora

Due mafiosi di Torretta mentre discutevano di un'estorsione con termini "nuovi": ecco com'è cambiata nel tempo la mafia siciliana

Cosa Nostra cambia nome: ecco come la chiamano ora

Cosa Nostra cambia nome o, quantomeno, affianca una nuova espressione a quella divenuta famosa e di uso comune in tutto il mondo sin dai primi anni del diciannovesimo secolo.

Ecco il nuovo nome

"Bisogna cambiare tutti i nomi – disse molti anni fa Bernardo Provenzano - Non parliamo più di picciotti, né tanto meno di uomini d’onore, di famiglie o mandamenti, mai più nominiamo la Cupola". Ed ecco che, da un'intercettazione dei carabinieri dei Nucleo Investigativo di Palermo su ordine della Procura, è spuntato il nome di "altare maggiore" così definito da due mafiosi di Torretta, Comune del palermitano, mentre parlavano dell'organizzazione e discutevano di un'estorsione senza sospettare di essere intercettati.

Le origini di Cosa Nostra

Il termine che tutti conosciamo viene da sempre utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana ed indicare anche le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense (sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose. Oggi, invece, c'è "l'altare maggiore". Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra dopo le stragi del 1992, aveva addirittura nominato una commissione di studio per aggiornare il dizionario mafioso. "Cambiare nomi doveva servire ad evitare altri guai con le intercettazioni", ha spiegato il collaboratore di giustizia, Nino Giuffrè (come riportato da Repubblica), capomafia di Caccamo con un passato da professore di educazione tecnica e una reputazione criminale di grande saggio, incaricato di presiedere la commissione per le riforme mafiose.

"L'altare maggiore": perché si chiama così

Da qualche tempo, però, i boss di Torretta sempre in stretto contatto con i Gambino di New York, hanno escogitato questo nome nuovo per cercare di evitare in tutti i modi le intercettazioni dell’antimafia che negli ultimi anni ha fermato più volte la riorganizzazione di Cosa Nostra smascherando movimenti e tracce. L’espressione “altare maggiore”, però, solleva anche un altro fronte di riflessioni: i padrini insistono per avere una "religione" tutta propria. "Padre Puglisi santo… ma santo di che? - commentava un boss della prigione di massima sicurezza di Pagliarelli, anche lui sicuro di non essere intercettato - Ha fatto miracoli? Una volta ti facevano santo quando facevi i miracoli, questo miracoli non ne ha fatti", affermava qualche mese fa a proposito del parroco di Brancaccio ucciso nel 1993.

Lo stesso odio che Giuseppe Graviano, il padrino di Brancaccio, aveva nei confronti del sacerdote che fu ucciso. "Mi hanno raccontato che era un uomo litigioso - diceva al compagno dell’ora d'aria - mi hanno raccontato che aveva problemi con tutti, che insultava le persone, che diceva parolacce e che durante le omelie accusava e offendeva". Insomma, in qualche modo l'altare maggiore è quel simbolo che i boss vogliono riprendersi sognando i preti accondiscendenti di un tempo e le confraternite complici degli inchini. È così che, nell'espressione che i due mafiosi di Torretta si ripetevano, sicuri di non essere scoperti, c’è tutto il drammatico piano di riorganizzazione di Cosa Nostra che non sembra per nulla indebolita da arresti e processi.

“L’altare maggiore” non è quello di cui facevano parte i fedelissimi a Totò Riina e Bernardo Provenzano: adesso sono "le nuove leve", o se volete le "seconde linee" di un tempo, rientrate dagli Stati Uniti dopo un lungo esilio. Mafiosi che hanno riti diversi e, per questo, hanno bisogno di distinguersi con il passato che li ha preceduti e non li ha visti protagonisti.

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