Cosa serve davvero ai nostri ragazzi

Abusate, strapazzate, strumentalizzate. Sono le categorie del Discorso pubblico che vogliono dire tutto e dunque niente.

Cosa serve davvero ai nostri ragazzi

A busate, strapazzate, strumentalizzate. Sono le categorie del Discorso pubblico che vogliono dire tutto e dunque niente. Stiamo parlando dei «giovani», provando però a spazzolare via con il fact-checking un po' di polvere della retorica politica. L'ultimo che si è ricordato di loro è il segretario del Pd Letta, sollevando un vespaio con la proposta di dare ai 18enni un po' di danari spremuti dalle successioni dei ricconi. Ho usato il verbo ricordare perché durante la pandemia i giovani sono stati esclusi dalla narrazione ufficiale, troppo poco lo spazio per i danni della Dad, o addirittura sono stati additati come irresponsabili e untori, tra spritz e rassemblement sportivi. Lo sceriffo SuperMario ha respinto per ora Marx travestito da Robin Hood, ma al di là delle visioni fiscali, servirebbe davvero? In realtà più che uno spot del momento ci vorrebbero una serie di decisioni strutturali che corrispondono a uno sguardo sociale complessivo. Innanzitutto quella dei giovani è una categoria cronologica, e non sociologica, e già sull'età si fanno mille distinzioni.

Propongo di fare un ragionamento da 0 a 18 anni, poi la formazione universitaria e l'ingresso nel mondo del lavoro, fino ai 30 anni. Con un concetto ben chiaro, un giovane che in Italia nasce in una zona geografica economicamente depressa e da una famiglia non abbiente, ha molte meno chance nella vita di chi nasce in un posto florido e da una famiglia benestante. Mentre a livello globale si celebra il feticcio della flessibilità, nella nostra democrazia l'ascensore sociale è pericolosamente bloccato. La nostra disuguaglianza inizia con il primo vagito, siamo sotto la media europea (33%) degli asili nido per territorio e abitanti. Prosegue con la diversa applicazione del diritto all'istruzione e con una pessima qualità della formazione rispetto alle esigenze di un mercato mutevole a causa della rivoluzione tecnologica. Troppi quelli che scappano dallo studio, troppi quelli che non trovano lavoro. Prima del Covid, la disoccupazione giovanile era intorno al 28%, poi c'erano oltre 3 milioni di precari e oltre 3 milioni di Neet. Questa sigla che avete imparato a conoscere come l'acronimo del nichilismo moderno preoccupa molto gli studiosi. In Europa la media di quelli che non studiano, non lavorano, non si formano era, a ridosso della pandemia, nella fascia 15-29 anni, del 13,4%. In Italia del 24,1%. Inutile ricordare che il virus ha solo inasprito questi dati, anche se il bilancio complessivo lo faremo, speriamo a breve, una volta fuori dal tunnel. Insomma, se la politica vuole pensare davvero ai giovani, deve spendere di più nella famiglia, nella scuola, nella ricerca, nell'università e nei meccanismi di accesso al lavoro. Non basta forse tutto il Recovery, ma soprattutto non servono gli slogan.

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