"Il Covid è nato così. Ecco i rischi per i virus del futuro"

Edward Holmes, professore di Biologia evolutiva all'Università di Sidney, è il primo che ha annunciato al mondo la sequenza genomica del Covid-19. IlGiornale.it lo ha intervistato per comprendere quali possano essere le origini del virus che ha bloccato il mondo

"Il Covid è nato così. Ecco quali sono i rischi per il futuro"

Si è da poco chiusa la settima edizione del Festival della Scienza Medica di Bologna, che anche quest’anno ha visto la partecipazione di scienziati, medici e ricercatori tra i più autorevoli al mondo. Con oltre 436 mila presenze registrate online, l’argomento cardine di questa edizione è stato la pandemia di Covid, con interventi che hanno spaziato dalla sua origine alle conseguenze, fino alla possibile fine della malattia. Tra le illustri presenze si segnala quella di Edward Holmes, professore di Biologia evolutiva all'Università di Sidney e uno dei maggiori studiosi di Coronavirus. È stato lui per primo, nel gennaio 2020, ad annunciare al mondo con un tweet la sequenza genomica del Sars-CoV-2. Ilgiornale.it lo ha intervistato in questa occasione per cercare di comprendere le origini del Covid.

Professore, ci sono molte teorie sull’origine del Covid. In base ai suoi studi e alla sua esperienza, come è nato e quali sono stati i passaggi che lo hanno portato ad essere così aggressivo per l’uomo?

“Ad oggi sono abbastanza certo che l'emergere del Sars-CoV-2 è molto simile a quella del primo virus Sars che si è manifestato sempre in Cina nel 2002/2003, apparso per la prima volta nei mercati dove si commerciavano animali vivi. Il pipistrello Rinholophus, o ferro di cavallo, molto diffuso nel sudest asiatico, è uno dei principali candidati, così come il pangolino del Guangdong. In entrambi è stato trovato un virus che mostra particolari analogie con il Sars-CoV-2. Soprattutto nella maniera di legarsi al recettore, ovvero quella "corona" che io definisco la chiave che apre la serratura per poter penetrare nell'organismo umano e infettarlo. Ci sono anche ulteriori dati che mi portano ad avere questa certezza".

Quali?

"Nella provincia cinese di Yunnan c’è un orto botanico di oltre 100mila ettari dove sono stati analizzati diversi animali e trovati 26 diversi tipi di Coronavirus. In particolare il pipistrello ferro di cavallo del Laos era portatore del Banal-20-52 che ha il 97% di correlazione con il Sars-CoV-2. Se osserviamo inoltre la cartina dei contagi del mercato di Wuhan, che io ho visitato numerose volte, possiamo notare che proprio in quell’area sono state trovate le più alte concentrazioni di virus. È qui che c'è stato il salto. Il virus poi si è evoluto per sopravvivere, aumentando la sua infettività nei confronti dell’essere umano, e diffondendosi è mutato arrivando fino alla variante Delta, che come tutti sappiamo è molto più contagiosa del ceppo originale rilevato a Wuhan. Questo tipo di situazione poteva essere ipotizzata, anche se difficile da prevedere".

Lei è stato il primo a dare un'identità al Coronavirus. Quando ha visto per la prima volta la sequenza genetica cosa ha pensato?

"Ricordo perfettamente quel 5 gennaio del 2020. Ho capito subito che poteva trattarsi di un’infezione respiratoria. Questo perché, come dicevo prima, era molto simile al primo virus della Sars, apparso sempre in Cina nel 2002/2003. Confrontandomi con altri scienziati abbiamo compreso che era molto probabile che potesse diffondersi per via aerea e quindi colpire le vie respiratorie umane. Ciò che ancora non avevo chiaro era se il virus potesse diffondersi per trasmissione sintomatica, come la Sars, o asintomatica, come l'influenza".

Ha ribadito di essere sicuro che non sia un virus uscito da un laboratorio. Cosa le dà questa certezza?

"È impossibile al momento escludere completamente che il virus abbia avuto origine in un laboratorio, ma continuo a pensare che sia altamente improbabile. Attualmente, nonostante se ne parli molto, non ci sono prove di una fuga dal laboratorio. L’intelligence americana ha appena pubblicato un rapporto declassificato, disponibile a tutti, sulle origini del Covid. Non hanno presentato prove che sia uscito da un laboratorio, anche se hanno comunque affermato che era plausibile. La diffusione dei primi casi si è verificata proprio accanto al mercato degli animali vivi, molto distante dall’Istituto di virologia al centro delle accuse di chi ritiene sia uscito da lì. Inoltre una fuga da una struttura protetta come quella avrebbe dovuto lasciare un'impronta. Ma dov'è ? Non sono stati trovati scambi di mail che parlassero di un virus che si stava sperimentando, né tantomeno la presenza di questo sulle superfici del laboratorio, o prove di sequenziamento (ovvero dell’assemblaggio, ndr) sui computer ispezionati. Però se qualcuno mi fornisce dati certi sono pronto a ricredermi. Al momento continuo a pensare che un’origine zoonotica (trasmissione dagli animali all'uomo, ndr) sia molto più probabile".

Il suo discorso al Festival della Scienza è stato un monito per il futuro. Secondo lei cosa si dovrebbe fare per evitare che questi salti di specie si ripetano?

"Dobbiamo cercare di limitare la nostra interazione con le specie animali selvatiche, perché in questi sono presenti le principali riserve di virus. Sono particolarmente preoccupato per questo tipo di commercio che rifornisce i mercati dove si vendono animali vivi. In questa situazione che alla fine si verificasse il salto di specie era solo una questione di tempo. Questo commercio dovrebbe essere assolutamente fermato”.

Stiamo combattendo contro un virus che sembra essere sempre un passo avanti a noi. Quali sono le armi più efficaci che abbiamo?

"La vaccinazione è di gran lunga l'arma più efficace che abbiamo contro il virus. Questo perché riduce notevolmente la trasmissione e il rischio di far degenerare la malattia. È quindi essenziale che le persone continuino a mantenere l'immunità attraverso i vaccini".

Secondo lei la globalizzazione e il consumo eccessivo delle risorse della terra potrebbero aver accelerato il processo di questo salto di specie?

"Di sicuro in futuro avremo altre pandemie. Questo è ovvio. Sono particolarmente preoccupato per l'impatto del cambiamento climatico, perché questo aumenterà la velocità con cui si manifesteranno. Con il riscaldamento del clima gli animali saranno costretti a cambiare il loro habitat, invadendo maggiormente gli insediamenti umani. Allo stesso tempo gli esseri umani saranno costretti a cambiare i loro stili di vita e le pratiche lavorative, probabilmente interagendo maggiormente con le specie selvatiche. Tutto questo aumenterà le possibilità di un nuovo salto di specie dei virus, dagli animali all’uomo. Salvaguardando il cambiamento climatico, ridurremo anche la possibilità di un'altra pandemia. Fermare la deforestazione entro il 2030, come concordato alla Cop26, a mio parere è un buon inizio".

I virus pur essendo presenti prima dell'uomo sulla terra, tendono poi a passare ad una fase meno aggressiva e mortale, per intenderci come quello dei raffreddori. Quanto ci vuole in natura per questo passaggio?

"È una domanda a cui è difficile dare una risposta, perché è estremamente difficile prevedere come si evolvono i virus. A volte possono diventare meno letali con il tempo, ma è anche possibile che diventino più virulenti, come sta mostrando chiaramente la variante Delta e la nuova che la sta surclassando. Al momento penso che sia un po' troppo presto per prevedere esattamente come si evolverà il Sars-CoV-2".

Che tipo di politiche mondiali andrebbero affrontate per far fronte comune alla pandemia?

"Il mondo ha bisogno di fare due cose. In primo luogo dobbiamo dare una copertura ai Paesi a basso reddito, che hanno tassi di vaccinazione molto bassi. Questa è una necessità morale ma anche scientificamente la cosa giusta da fare perché più riduciamo la trasmissione del virus, più siamo in grado di frenarne l'evoluzione. Allo stesso tempo i Paesi più ricchi, compresi quelli europei, dovrebbero allargare la terza dose di vaccinazione a tutti, per bloccare la trasmissione del virus e le possibili evoluzioni".

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