Il Dea di Lecce ancora chiuso: "Manca l'ossigeno"

La burocrazia avrebbe bloccato il Dea di Lecce, che potrebbe aiutare a fronteggiare il coronavirus. Smantellato un serbatoio di ossigeno perché era stato impiantato dalla ditta collaudatrice e non da quella erogatrice

Un intero dipartimento pronto per fronteggiare in prima linea la pandemia da coronavirus, ma rimasto senza ossigeno. Sembra essere questa, secondo l'inchiesta condotta dal Tacco d'Italia, la fine del Dea (Dipartimento per l'emergenza e accettazione) dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce.

Secondo quanto riporta il quotidiano, il Dea era stato collaudato il 18 dicembre 2019 e il 21 dicembre era stato preso in carico dalla Asl: significa che tutte le opere erano concluse e funzionanti. Ma a fine febbraio 2020 sarebbe successo quello che il giornale definisce "inspiegabile". Il 25 febbraio, infatti, in piena emergenza da Covid-19 (il primo italiano positivo al virus risale al 21 febbraio) la ditta che ha realizzato gli impianti per la fornitura del gas, la Rivoira Srl di Milano, avrebbe contattato il direttore della Asl di Lecce e il governatore della Regione Puglia, mettendosi a disposizione per fornire ossigeno, così da poter aprire i reparti di terapia intensiva. Infatti, la Rivoira aveva già installato il proprio serbatorio per l'ossigeno, per collaudare l'impianto, ma andrebbe tolto una volta fatto il bando per la fornitura di ossigeno.

Ma, spiega la ditta, togliere il serbatoio sarebbe stat una perdita di tempo, dato che il Dea avrebbe potuto partire immediatamente, con la fornitura di ossigeno garantita. In caso contrario, aveva avvisato la ditta, si poteva incorrere in ritardi, causati da nuovi piani di lavoro e nuovi collaudi. Ma, in tutta risposta, il 27 febbraio, Rivoira avrebbe ricevuto una lettara che intimava la rimozione del proprio serbatoio di ossigeno. E il 6 marzo, il presidente Michele Emiliano ha emanato un'ordinanza con cui intima la rimozione del serbatorio che fornisce l'ossigeno in forma liquida.

Nel documento viene sottolineata, a giustificazione della richiesta di rimozione la necessità di "attivare il pronto soccorso del nuovo DEA per mettere in campo ed attuare la rete sanitaria cercando di ridurre al minimo il contagio da Covid 19". Il serbatorio, viene specificato, era stato installato per la fornitura di ossigeno "limitatamente alle prove di funzionamento e alle operazioni di verifica e collaudo degli impianti", che sono terminate il 18 dicembre scorso. Ma, nonostante le varie "comunicazioni e diffide alla suddetta ditta, il serbatoio in argomento non è stato rimosso, impedendo la fornitura del farmaco da parte della Società già fornitrice dei gas medicinali presso il presidio ospedaliero Vito Fazzi". La ditta che fornisce l'ossigeno, però, secondo l'inchiesta del Tacco d'Italia, non avrebbe un contratto valido, dato che quello stipulato in precedenza aveva validità di 5 anni e sarebbe scaduto il 31 dicembre scorso. Nonostante questo, la ditta sta continuando a rifornire gli ospedali, per non interrompere il pubblico esercizio.

Sulla vicenda è intervenuta anche la consigliera regionale e candidata presidente del Movimento 5 Stelle, Antonella Laricchia, che su Facebook ha scitto: "È inaccettabile, in un momento come questo, che l’apertura del DeaA (Dipartimento d'Emergenza e Accettazione) dell’ospedale Vito Fazzi, i cui posti letto sono stati destinati, dal Piano di Emergenza della Regione Puglia, per i pazienti con Coronavirus, sia ostaggio di una vicenda legata al serbatoio criogenico".

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