Desideri inconfessabili

Il desiderio di salire sul Colle Mario Draghi lo coltiva, è indubbio, anche se lo custodisce gelosamente. Né il fatto di lasciare Palazzo Chigi mentre il governo è impegnato nell'attuazione del Pnrr costituisce per lui un impedimento insormontabile.

Desideri inconfessabili

Il desiderio di salire sul Colle Mario Draghi lo coltiva, è indubbio, anche se lo custodisce gelosamente. Né il fatto di lasciare Palazzo Chigi mentre il governo è impegnato nell'attuazione del Pnrr costituisce per lui un impedimento insormontabile. «In fondo nel ruolo di garante con l'Europa - confida un ministro che lavora con lui gomito a gomito e ne conosce le ambizioni - non cambierebbe niente. Lo avrebbe lo stesso sia a Palazzo Chigi, sia al Quirinale». Anzi, sul Colle il mandato sarebbe di sette anni, senza i ricatti dei partiti. Condizione invidiabile in un Paese come l'Italia.

La nota dolente, invece, per l'attuale premier, sembrerà strano, ma riguarda il Parlamento. Ormai è convinzione comune tra i 630 deputati e i 315 senatori che il trasloco di Draghi al Quirinale determinerebbe il loro sfratto. In questa situazione è infatti difficile immaginare qualcuno che possa sostituire l'ex governatore della Bce a Palazzo Chigi. Ergo si andrebbe al voto anticipato, per cui la popolazione del Parlamento perderebbe un anno di stipendio e magari pure la pensione da deputato e da senatore. In più, per molti di loro sarebbe impossibile riconquistare lo scranno, non fosse altro perché i numeri del nuovo Parlamento, grazie alla retorica grillina, saranno molto più bassi di quello attuale. Ci sarà posto solo per pochi eletti. Sono questioni volgari che, però, pesano più di quanto si immagini nei comportamenti collettivi delle assemblee parlamentari, che dispongono del voto segreto per impallinare operazioni sgradite.

Sono i pro e i contro che condizionano il volo del Dragone sul Colle più alto. Per cui quella che a prima vista molti immaginano come una passeggiata trionfale, in realtà nasconde ostacoli e contraddizioni. Ad esempio, per superare talune resistenze Draghi dovrebbe garantire, appunto, che il suo approdo al Quirinale non metta in forse la legislatura, magari delineando già ora un altro governo guidato dall'attuale ministro dell'Economia, Daniele Franco, o della Giustizia, Marta Cartabia. Ma un'ipotesi del genere gli alienerebbe le simpatie di chi magari lo vorrebbe sul Colle proprio per andare subito dopo alle urne. A cominciare da Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Insomma, c'è chi accetterebbe un Draghi presidente per motivi diametralmente opposti a quelli di altri. Siamo, quindi, al cane che si morde la coda o alla quadratura del cerchio. Per cui l'ex governatore della Bce, che punterebbe sull'immagine del candidato di tutti, rischia di essere solo il candidato di una parte. O, peggio, di nessuna. Magari mettendo a rischio un ruolo di prestigio senza avere alcuna certezza di poterne occupare un altro.

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