La Difesa smonta la balla dell'Ong. Ecco cosa è successo in mare

Il ministero della Difesa italiano rispedisce al mittente le accuse dell’Ong. La guardia costiera libica aveva la giusta competenza per intervenire

La Difesa smonta la balla dell'Ong. Ecco cosa è successo in mare

"Nei pressi navi militari europee che non sono intervenute. Crimine contro l’umanità". Questa l’accusa mossa alcuni giorni fa dalla nave Mare Jonio legata all’Ong Mediterranea Saving Humas. Nel bel mezzo del Mediterraneo accadeva che un gommone di disperati, con a bordo un bambino appena nato, sarebbe stato riportato nell’inferno libico da una barca della guardia costiera di Tripoli. Apriti cielo. L’Ong aveva fatto un gran chiasso mettendo sotto accusa i governi di mezza Europa. La Mare Jonio era molto lontana dall’imbarcazione e aveva quindi rilanciato la richiesta di soccorso anche perché nei pressi incrociavano alcune navi militari dell’operazione Irina che però non erano intervenute.

Mediterranea aveva denunciato che i migranti sarebbero stati raggiunti da una motovedetta libica e che dunque la sorte dei 95, compreso il neonato, sarebbe stata quella del ritorno nei lager libici. "Vediamo i libici dal radar di Mare Jonio ormai a pochissima distanza dal gommone in difficoltà. A breve decine di persone tra cui un bimbo appena nato saranno catturate e portate alla tortura con piena responsabilità dell’Italia che ha lanciato la segnalazione, ma poi non è intervenuta”, accusava la portavoce Alessandra Sciurba.

A qualche giorno di distanza arriva la posizione ufficile del ministero della Difesa italiano. Un comunicato che denuncia l'ennesima bufala di quest'organizzazione umanitaria. "La Marina Militare italiana ha nel proprio Dna, come imperativo morale prima ancora che operativo, la salvaguardia della vita umana e il soccorso di chiunque si trovi in condizioni di pericolo in mare. Come sempre ha fatto e come continua giustamente a fare".

Nel comunicato poi si spiega: "Le operazioni di soccorso, per avere la maggiore efficacia possibile, come si deve quando delle vite umane sono in pericolo, devono essere pianificate e condotte in stretta coordinazione con tutti gli attori in campo e secondo studiati e consolidati protocolli e procedure che, se non rispettati, possono portare anche a un esito negativo dei soccorsi. Nel merito della vicenda va quindi precisato che, alla luce delle distanze relative in gioco al momento della segnalazione e delle caratteristiche delle due unità, non è corretto affermare che la citata nave militare italiana Durand De La Penne sarebbe arrivata prima della unità di soccorso libica, che è per sua natura più veloce e più idonea a questo tipo di soccorso".

Si sottolinea, comunque, che l’evento si è svolto in area di ricerca e soccorso (Sar) libica, che è internazionalmente riconosciuta, sotto la diretta responsabilità del competente centro di soccorso marittimo di Tripoli (Mrcc) che ha tenuto conto della presenza di altre navi mercantili in zona, presumibilmente giudicate tuttavia meno adeguate ad intervenire e non ha chiesto alcun supporto di altri natanti nell'area (civili o militari).

Secondo la ricostruzione della Difesa il pattugliatore libico che ha effettuato il salvataggio si trovava già "in prontezza" per questo tipo di operazioni nel porto di Al Khums. La procedura è stata condotta nel rispetto dei protocolli previsti e in linea con le responsabilità in capo alle autorità di soccorso competenti e riconosciute, oltre che con le dinamiche internazionali consolidate e questo ha permesso di concludere il salvataggio nel minor tempo possibile.

L’operazione di ricerca e soccorso ad opera della motovedetta libica sarebbe durata nel complesso circa 9 ore, dalla partenza allo sbarco in porto di tutto il personale salvato. La Marina Militare Italiana non conosce il dettaglio delle tempistiche di arrivo in zona, individuazione del natante, predisposizione per il recupero in sicurezza, trasbordo e transito di rientro ad Al Khums.

Si precisa, infine, che nell’area del soccorso, oltre a diverse navi civili, operavano anche navi militari di altre nazioni ed in particolare alcune navi, non italiane, che erano certamente più vicine dell’unità militare italiana. Anche a fronte di ciò, Tripoli ha ritenuto più vantaggioso l’intervento della motovedetta per la rapida gestione dell’evento e il salvataggio del maggior numero di vite possibile. Tradotto: le navi militari italiane non sono complici di nessuna tragedia. La Difesa smonta così, per l’ennesima volta, la balla di un’Ong.

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