Energia e clima: massimi sacrifici, minimi risultati

Il vento dell'ambientalismo sta cambiando. Prima le fabbriche, in crisi perché le industrie costruttrici vendono meno auto con motori termici, nel tentativo di evitare le multe della Commissione Ue

Energia e clima: massimi sacrifici, minimi risultati

Il vento dell'ambientalismo sta cambiando. Prima le fabbriche, in crisi perché le industrie costruttrici vendono meno auto con motori termici, nel tentativo di evitare le multe della Commissione Ue. E la grande scommessa mancata dell'auto elettrica, che sembra la Sora Camilla: tutti la vogliono e nessuno la piglia, vuoi per mancanza di colonnine, per i tempi di ricarica o per il prezzo. Poi il ministro che ha rimesso in pista il nucleare, facendo infuriare gli ambientalisti à-la-mode, che hanno subito mobilitato le truppe. Infine, la botta finale: il caro-bollette. Il governo corre ai ripari con i soldi dei contribuenti, tanto che vuoi che siano 3 miliardi in più di debito, però intanto se ne parla: settimane di dibattiti in tv e sui social. Ma più se ne parla e più la domanda nella testa dei cittadini prende corpo: ma siamo sicuri che sull'ambiente stiamo facendo le scelte giuste? Il clima è un sistema di vasi comunicanti. Il Vecchio Mondo pesa circa l'8% delle emissioni totali di CO2 e le sta diminuendo dal 1979 (2° choc petrolifero). La Cina da sola ne emette quattro volte tanto e sono in crescita senza alcuna intenzione di fermarle, visto che ancora circa un miliardo di cinesi deve passare da un'economia agricola di sussistenza al benessere. Il discorso non è diverso per India, Russia, Brasile e altre economie in sviluppo. Insomma, ridurre le emissioni di gas serra in Europa va bene, ma diventa inutile se altri le aumentano. Sul fronte economico è anche peggio, poiché gli Stati sono in competizione tra loro. Gli sforzi fatti in Europa riducono la competitività della sua economia, mentre avvantaggiano chi quegli sforzi non li fa, come Cina e India, oppure li fa in misura moderata, come gli Usa. Mettere sul piatto questi fatti non significa negare il riscaldamento globale, che è «il» problema dell'umanità e va affrontato seriamente». A cominciare proprio dalla squadra: o siamo tutti oppure non siamo nessuno. Qui occorre ammettere che non tutte le popolazioni del mondo hanno il benessere e la cultura per porre l'ambiente in cima ai loro pensieri. Gli europei sì, ma illudersi di fare qualcosa, qualunque cosa, solo per lavarsi la coscienza è umiliante oltre che inutile. A meno di assumere un ruolo più trainante, soffriremo senza cavare un ragno dal buco. Ma contare di più imporrebbe ciò che assolutamente non vogliamo: economia più libera e dinamica, carico fiscale più leggero, giustizia rapida, sistema pubblico efficace, mercato del lavoro meno vincolato e una politica estera meno remissiva, col corollario di una difesa comune. Allora, se non vogliamo guidare, almeno non restiamo indietro, perché l'ultimo paga sempre il conto. Per fortuna, l'economia dei consumi consuma anche le ideologie, che passano di moda e poi la gente chiede altro. A patto che i media, sempre loro, smettano di confondere il meteo (alluvione di Firenze, 1966) con il clima (ghiacciai sciolti).

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