Fake news con vista Colle

Uno dei vizi capitali di una certa politica è quello di piegare la storia alle proprie esigenze o di darne una versione diversa per far fronte ai propri guai.

Fake news con vista Colle

Uno dei vizi capitali di una certa politica è quello di piegare la storia alle proprie esigenze o di darne una versione diversa per far fronte ai propri guai. Enrico Letta, degnissima persona, purtroppo non ne è esente. Con la sinistra che per la prima volta dopo trent'anni non ha i nomi, né i voti necessari per imporre una propria personalità al Quirinale, il nostro inventa una serie di fake news al giorno. Ad esempio paragona a un cataclisma l'ipotesi che il prossimo capo dello Stato possa essere eletto con una maggioranza risicata, indicando nell'elezione di Giovanni Leone con 505 voti, cioè il 51,4% dei grandi elettori di allora, la peggiore sciagura capitata alle nostre istituzioni. Dimentica, però, dato che la matematica non è un'opinione, che quel Giorgio Napolitano, nume tutelare del suo governo, fu eletto con appena una manciata di schede in più, 543 (il 53,8%). Senza contare che - dei 12 presidenti della Repubblica - ben 8 furono eletti con meno del 70% dei voti. Per cui, eleggere a maggioranza un presidente nel nostro Paese è stata la norma, non l'eccezione.

Ovviamente una «fake» tira l'altra come le ciliegie. Il segretario del Pd, arrampicandosi sugli specchi, osserva che nessun leader politico è mai andato al Quirinale: ebbene tutti, tranne De Nicola, sono stati ministri; 4 sono stati presidenti del Consiglio, due vice-premier e altri due ministri dell'Interno; i dc sono stati tutti capicorrente (a parte Scalfaro), Napolitano è stato il capo dei miglioristi del Pci e Saragat fondò addirittura il Psdi.

Semmai Letta dimentica una costante che caratterizzò la prima Repubblica: con il Pci tenuto ai margini per i suoi rapporti con l'Urss, per dare un'idea di unità del Paese, al vertice delle nostre istituzioni fu sempre assicurata l'alternanza tra laici e cattolici; nella seconda Repubblica, invece, gli inquilini del Quirinale sono sempre stati legati al centrosinistra, mentre il centrodestra è sempre stato tenuto a debita distanza. Oggi, invece, Letta in difficoltà reclama la scelta unitaria.

Ma la «fake» più grossolana riguarda le conseguenze del possibile trasloco o meno di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Si vuol far passare l'idea che se lui non salisse al Colle salterebbe tutto. Siamo al ridicolo. Semmai è vero l'esatto contrario. Se muovi un minimo particolare dell'equilibrio attuale, tutto il castello viene giù e un governo non lo rifai più. Se, invece, non cambi nulla, a partire dal premier, nessuno potrà mai assumersi la responsabilità in pieno stato d'emergenza di tirarsi fuori, qualunque sia il nuovo presidente. Che motivazione potrebbero addurre i possibili delusi, si chiamino Draghi o Letta? Farebbero la figura di chi, perdendo una partita di calcio, se ne va portandosi via la palla. Ecco perché alla Farnesina raccontano che tutte le cancellerie europee, nessuna esclusa, consigliano di mantenere Draghi a Palazzo Chigi. Il riscontro lo trovi all'estero: negli articoli del Financial Times, nelle copertine dell'Economist, nelle analisi dell'agenzia di rating Fitch. Ma, naturalmente, non in Italia.

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