Il figlio del boss: "Così convinsi mio padre a pentirsi"

Emanuele De Castro e il figlio Salvatore gestivano un parcheggio vicino a Malpensa, messo sotto sequestro dalle forze dell'ordine. Ora collaborano con la giustizia: "Ero stanco di questa vita"

"Ero stanco di questo stile di vita e ho indotto io mio padre a fare questa scelta". Così Salvatore, figlio del boss Emanuele De Castro, racconta il pentimento del padre, un boss affiliato alla 'ndrangheta lombarda.

Nato a Palermo, De Castro veniva chiamato "il siciliano" tra i calabresi e operava nella cosca lombarda, che copriva i paesi vicino all'aeroporto di Malpensa. Prima del suo arresto, lo scorso 4 luglio, aveva raggiunto il ruolo di "capo società", vice boss della cellula di Legnano.

Ora, il boss siciliano è un collaboratore di giustizia, come il figlio, anche lui arrestato, nell'ambito dell'operazione Krimisa, che ha smascherato il controllo delle cosche sui parcheggi attorno a Malpensa. "Ho deciso di collaborare perché non voglio che mio figlio faccia 'sta fine come l’ho fatta io- racconta Salvatore al Corriere della Sera- Perché sono stanco, mi sembra una vita assurda. Vorrei vivere una vita tranquilla con la mia compagna e la mia bambina".

Dalle indagini è emersa anche l'intenzione di alcuni affiliati, che intevano uccidere Emanuele De Castro. Potrebbe essere stata anche questa eventualità a spingere il boss a collaborare con la giustizia. Padre e figlio, che gestivano uno dei parcheggi attorno all'aeroporto sequestrati dagli investigatori, hanno raccontato l'affiliazione alla cosca del boss 51enne: "Ci siamo messi in circolo, è stata fatta la tipica 'pungitura'. Poi abbiamo brindato insieme". Salvatore, invece, che non era stato "battezzato" dalla 'ndrangheta, si dedicava allo spaccio: "Mio padre non voleva che lavorassi per loro- racconta- Mi diceva di starne fuori".

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