Giganti e nani

Nel paese del paradosso, dove si può dire tutto e il suo contrario, c'è una rilettura del Machiavelli per cui i fini giustificano le tesi

Giganti e nani

Nel paese del paradosso, dove si può dire tutto e il suo contrario, c'è una rilettura del Machiavelli per cui i fini giustificano le tesi. Se fino all'altro ieri con dei tripli salti mortali i grandi fan del Draghi Capo dello Stato spiegavano che se il premier non fosse salito al Quirinale sarebbe saltato l'equilibrio politico e si sarebbe andati dritti alle elezioni, ora lo stesso partito, consapevole che l'argomento non sta in piedi, ha rivoltato la frittata: dai corridoi di Palazzo Chigi fino all'ultimo seguace nei media si sostiene che la maggioranza di governo è sfilacciata, il governo è segnato, per cui tanto vale salvare il soldato Mario sul Colle più alto. Per cui, visto che è difficile immaginare che qualcuno possa riuscire in un ruolo in cui è impotente lo stesso Draghi, l'eventuale elezione del premier al Quirinale certificherebbe, nei fatti, la fine di questa maggioranza e aprirebbe la strada al voto. Un rischio che hanno già fiutato la maggior parte degli abitanti del Parlamento, quantomai sensibili al tema e allergici ad una simile prospettiva.

Mentre tutti sono consapevoli, di converso, che se il Premier restasse al suo posto non sarebbe poi tanto semplice mandare all'aria l'attuale esecutivo, fragile o meno che sia. Come minimo uno dei partiti della maggioranza si dovrebbe assumere la responsabilità di aprire una crisi di governo in una situazione d'emergenza come l'attuale. E dovrebbe farlo sfiduciando non un personaggio qualunque, ma della caratura di Draghi. Una decisione sul piano elettorale rischiosa. O, seconda opzione, il Premier dovrebbe trovare una ragione per dimettersi senza la quale - lo abbiamo già scritto - il suo abbandono somiglierebbe tanto ad una diserzione. Per cui si conferma che in Italia non c'è nulla di più stabile di un equilibrio instabile.

Questa premessa, però, si porta dietro un corollario su cui riflettere: se Draghi non fosse stato distratto negli ultimi mesi dalla prospettiva del Quirinale, con tutto il rispetto, avrebbe potuto osare molto di più. Sono anni che non c'è un presidente del Consiglio - per autorevolezza, prestigio e condizioni politiche - forte quanto lui. Avrebbe potuto e potrebbe far ciò che vuole. Come il gigante tra i nani. A cominciare dalla pandemia. L'ultimo dato di ieri dimostra che malgrado le centinaia di migliaia di contagi il virus, l'ultima variante, colpisce innanzitutto la popolazione No Vax: in questo momento il 72% dei pazienti nelle terapie intensive è rappresentato da persone che hanno rifiutato il vaccino. Qualcuno dirà che i No Vax nel Paese sono meno del 10%. Sarà, ma parliamo pur sempre di milioni di persone che in balia del Covid potrebbero mandare in tilt i nostri ospedali. Ebbene, se Draghi non solo ieri (in parte) ma mesi fa, avesse imposto l'obbligo vaccinale, mettendo i partiti di fronte alle loro responsabilità, non saremmo in queste condizioni. E non avremmo perso il vantaggio che avevamo rispetto agli altri Paesi europei. Ora si può dire ciò che si vuole, ma sorge spontaneo il dubbio che il premier non abbia usato tutto il potere che aveva a disposizione per non inimicarsi pezzi di maggioranza che potrebbero tornargli utili per il Colle.

Stesso discorso si potrebbe fare sull'economia, sull'energia e su quant'altro. Se il premier si fosse concentrato e avesse giocato tutto sul suo ruolo attuale (come si era comportato nella prima fase del suo governo) e avesse dichiarato pubblicamente di non essere interessato al Quirinale, il suo governo avrebbe potuto tutto o comunque, molto di più. E invece più che una critica è la speranza che torni ad essere un gigante.

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