Guerini: "Non lasciamo indietro nessuno". Gli interpreti: "Ma noi abbiamo paura..."

Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, rassicura i traduttori. Ma loro chiedono di incontrarlo, nonostante i molti timori

Guerini: "Non lasciamo indietro nessuno". Gli interpreti: "Ma noi abbiamo paura..."

“Abbiamo ricevuto l’ultimo stipendio. I soldati italiani sono venuti subito al cancello, dove ci hanno fatto firmare la ricevuta. Erano molto freddi e distaccati. Tutto questo è strano”. A parlare è uno degli ex interpreti di Herat, che chiede di rimanere anonimo. Il suo lavoro al fianco dei soldati italiani si è concluso ufficialmente a causa della pandemia. La realtà è che non ci siamo presi la briga di affrontare il nodo degli interpreti e della loro protezione dalle rappresaglie talebane. “Nessuno ha voluto affrontare questa storia - spiega una fonte qualificata militare al Giornale.it - Il Centro operativo interforze (Coi) non ha preso in considerazione il problema e non ha trasmesso i nominativi di chi dovrebbe venir protetto al ministero degli Affari esteri”.

Oggi il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in visita ad Herat, dopo la campagna e le richieste del nostro quotidiano, ha dichiarato che “l’Italia non lascia indietro nessuno”. Fonti del ministero hanno spiegato che “la prosecuzione della missione Resolute Support in Afghanistan verrà stabilita insieme agli Alleati, tema che sarà affrontato durante la prossima ministeriale Nato in programma a Bruxelles a febbraio”. Il rischio però è che, nonostante i buoni propositi, non si passi dalle parole ai fatti. E si punti a scaricare un problema nazionale sull’Alleanza atlantica. La Difesa sostiene che “le eventuali richieste di protezione e asilo saranno sicuramente prese in considerazione di concerto con il Ministero degli Esteri e dell'Interno”. Per ora, in Afghanistan, la richiesta di aiuto attraverso una lettera firmata da tutti i traduttori e inviata al comando di Camp Arena, la nostra ultima base ad Herat, è rimasta lettera morta da dicembre.

Il Giornale ha acceso i riflettori sugli interpreti che rischiano di venire abbandonati al loro destino. E lee reazioni sono state tante. In un post pubblicato su Facebook, l’ex ministro Elisabetta Trenta ha scritto: “Mi unisco a tutti coloro che invitano il nostro Paese a non dimenticare gli interpreti che da venti anni hanno lavorato a supporto dei nostri militari in Afghanistan. Non lasciamoli nelle mani dei talebani! Gli interpreti sono importantissimi per noi quando siamo all’estero, ci permettono di compiere la missione, aiutandoci non solo con le traduzioni ma anche a comprendere le usanze del posto e a essere cortesi e accettati dalla popolazione locale. A rischio della loro vita e di quella delle famiglie, si prendono cura di noi. Con loro si stabilisce spesso un rapporto che va al di là di quello professionale. Io sono diventata amica con le persone che, per nove mesi, avevano collaborato con me in Iraq e sono in contatto con loro ancora oggi, dopo 12 anni. Tentai di aiutare uno di loro, che aveva problemi per aver collaborato con gli italiani, a venire in Italia, ma non ci riuscii. È il momento di dimostrare gratitudine verso gli interpreti afghani che hanno rischiato la vita per noi e che oggi, causa Covid, sono stati licenziati. Sarebbe giusto offrire l’asilo a coloro che hanno lavorato con dedizione, lealtà e coraggio per il nostro Paese”.

All’invito della Trenta hanno risposto alcuni interpreti commentando il post dell’ex ministro. Mh Shafiq Waziri ha lavorato per dieci anni per le nostre truppe: “Sono stato in quattro province con i soldati italiani e in più di trenta distretti. Abbiamo passato giorni molto brutti perché la nostra base nel distretto del Gulistan, nella provincia di Farah, era nel mirino dei talebani. Abbiamo affrontato molti Ied (gli ordigni esplosivi improvvisati, Ndr). Una volta uno è esploso, uccidendo quattro soldati. È stata una giornata molto brutta e io non la dimenticherò mai. L’Afghanistan e gli afghani sono grati all’Italia e agli italiani”. Shafiq si riferisce all’attacco del 9 ottobre del 2010, dove morirono quattro alpini del 7° reggimento alpini di stanza a Belluno, inquadrato nella brigata Julia. Antonella Manca, sorella di Gianmarco, morto in quell’attacco, risponde: “Mio fratello mi ha sempre parlato di voi e del vostro importante aiuto. Ti abbraccio di cuore e ti auguro buona fortuna sperando che possiate essere aiutati come meritate”.

I dimenticati

Dopo l’inizio del primo ripiegamento dall’Afghanistan, nel 2014, abbiamo accolto in Italia 116 interpreti con le loro famiglie (420 persone in tutto), ma 35 sono rimasti tagliati fuori dal piano di protezione perché formalmente erano stati reclutati da una società di sicurezza americana pur lavorando da anni con il nostro contingente.

Il primo ad aver denunciato il vergognoso abbandono fin da allora è Abbas Ahmadi: “Dei 35 che eravamo, siamo rimasti in 20. Gli altri se ne sono andati via, diversi clandestinamente affidandosi ai trafficanti di uomini, ma in alcuni casi sono riusciti ad ottenere i visti o l’asilo dalla Germania, altri paese europei e anche l’Australia. L’Italia ci ha sempre chiuso le porte in faccia”, racconta l’interprete al Giornale.it. “Ho rischiato la vita per voi. Ho sacrificato me stesso e ora vorrei essere salvato, venendo in Italia o andando in un altro Paese sicuro” afferma Abbas, che è costretto a vivere blindato in un quartiere di Herat, insieme a sua moglie e a due figli temendo di venire ucciso dai talebani. Pochi giorni fa è stato “giustiziato” un interprete che lavorava con l’esercito britannico nella provincia di Helmand, nel sud del Paese.

Ammadi era un “guerriero” senza armi, orgoglioso di essere stato al fianco delle truppe italiane. Per tre anni ha seguito i nostri militari nei luoghi più caldi dell’Afghanistan. Di etnia hazara, particolarmente odiata dai talebani, mostra le foto delle sue missioni al fianco degli italiani con giubbotto antiproiettile, a bordo dei blindati Lince.

Come lui anche Ali Paiguli, che racconta al Giornale.it: “Sono stato nominato interprete delle forze armate italiane il 22 ottobre 2011, nella provincia di Herat. Poi mi hanno inviato al campo Sayar della Seconda brigata del 207esimo corpo d’armata afghano per otto mesi, nella provincia di Farah e, per finire, due mesi nella zona di Herat. Con il trasferimento di responsabilità alle forze di sicurezza afghane è iniziata la riduzione delle truppe straniere. Il 28 giugno 2012 sono rimasto disoccupato assieme ad altri 35 afghani”.

“Gli interpreti - prosegue Ali - hanno lavorato spalla a spalla con i vostri soldati partecipando a molte missioni. Ora ho un lavoro, ma il livello di sicurezza è zero. Forse oggi, forse domani, ma è certo che i talebani, prima o dopo, mi troveranno e mi uccideranno perché ho aiutato gli italiani”.

Ali lancia un solo appello al governo: “Per favore, salvateci. La nostra vita è importante. Se la situazione economica in Italia è difficile, allora fate in modo che possiamo raggiungere altri Paesi, come il Canada o l’Australia, dove accolgono i rifugiati”.

La realtà sul campo descritta da Saifi Khalil Ahmad, arrivato in Italia nel 2015, è ancora peggiore: “I vicini ci accusavano ogni giorno di essere spie degli italiani, ma abbiamo accettato lo stesso di portare avanti la missione al fianco dei nostri fratelli, come interpreti o lavoratori locali in mensa e per fare le pulizie”.

Le minacce di morte dei talebani, però, non tardano ad arrivare: “Ho vissuto con i soldati sia nelle basi principali che nelle Fob (le postazioni avanzate, Ndr) sulle montagne. Uno dei miei compiti era accompagnare le colonne di rifornimenti da Herat a Bala Murghab. Le strade erano disseminate di mine e i talebani tendevano continue imboscate. Un giorno ad Herat, mi hanno minacciato: “O abbandoni gli italiani o ammazziamo te e la tua famiglia’. Ho riferito le minacce al mio capitano e lui ha avvisato il comandante. Tutti sapevano che ero in pericolo”.

Saifi viene accolto in Italia il 10 ottobre del 2015 e trasferito a Scanzano Jonico nel Sistema di protezione per richiedenti asilo (Sprar). “Siamo stati lì per sei o sette mesi - racconta l’interprete al Giornale.it - non potevamo uscire, nemmeno per correre. Ogni due giorni dovevo partecipare a dei corsi di italiano, che per me erano inutili conoscendo già la vostra lingua. Le case erano umide e piene di muffa. Mia moglie si è ammalata. Volevo lavorare, ma ci hanno trattato come migranti illegali”.

Anche la politica si muove

L’appello degli interpreti afghani è stato accolto, tra gli altri, dai senatori Ciriani, Rauti, De Carlo e Petrenga, che hanno presentato una interrogazione, con richiesta di risposta scritta. Al governo chiedono quali iniziative “intenda intraprendere al fine di predisporre un adeguato programma di protezione a favore di coloro i quali abbiano fattivamente collaborato con le nostre forze armate in Afghanistan e negli altri teatri di crisi internazionale. Se non si ritenga necessario tenere costantemente sotto osservazione la situazione di chi ha collaborato con l'Esercito italiano nello scenario afghano offrendo pronta protezione ed aiuto, qualora la situazione dovesse evolversi in modo negativo e presentasse pericoli per la loro vita e incolumità”. In poche parole, si chiede se esista un piano reale per gli interpreti oppure no. La Difesa afferma di sì e sostiene che ne parlerà con gli alleati Nato nel vertice sull’Afghanistan di febbraio.

Il ministro Guerini, però, si trova oggi nella base di Herat, per il cambio della guardia fra gli alpini della Julia ed i paracadutisti della Folgore. Gli interpreti licenziati in tronco vorrebbero incontrarlo, ma non possono neppure avvicinarsi agli ingressi della base. “E quelli che sono ancora in servizio hanno paura di perdere il posto se provano ad avvicinarlo”, spiega al Giornale.it uno dei traduttori afghani.

L’unica certezza è che per proteggere chi ha servito lealmente il nostro Paese non bastano le parole, ma ci vogliono i fatti.