I 39 secondi nel mito del primo volo su Marte

Trentanove secondi. Ingenuity a vederlo da quaggiù, a distanza di milioni di chilometri, sembra una zanzara, con quattro zampette e due coppie di pale

I 39 secondi nel mito del primo volo su Marte

Trentanove secondi. Ingenuity a vederlo da quaggiù, a distanza di milioni di chilometri, sembra una zanzara, con quattro zampette e due coppie di pale. Non è bello, ma sa cosa fare. È un drone con le eliche e pesa meno di due chili. Solo che lì dove sta si muove più leggero. La gravità non è la stessa della madre terra. Ingenuity è stato costruito per volare e per guardare il pianeta rosso dall'alto. È arrivato su Marte con la sonda Perseverance. Si è piazzato ai bordi del cratere di Jezero e ha atteso istruzioni. Non sono immediate. I segnali radio ci mettono un po' di tempo per viaggiare, dai cinque ai venti minuti, dipende dall'orbita. Nessuna fretta. Quando gli hanno detto dove andare lui ha mosso le ali e se ne è andato su fino a tre metri. Un balzo. Trentanove secondi in aria, una buona manciata di battiti di cuore, senza affanno, e poi è tornato a poggiarsi al suolo. Qua sulla Terra la Nasa ha lanciato poche battute su Twitter: «Prende il volo un sogno». MiMi Aung, la donna che ha progettato il drone, la mamma di Ingenuity, sospira: «Ora possiamo dire che gli esseri umani hanno pilotato un dispositivo motorizzato su un altro pianeta». Sì è il primo volo su Marte e non era affatto scontato. La densità dell'aria è l'uno per cento dell'atmosfera terrestre e le temperature possono scendere fino a novanta gradi sotto zero. Anche se la gravità è minore, la Nasa ha dovuto sviluppare una macchina ultraleggera con pale che girano molto più velocemente di un normale elicottero. È la velocità uno dei talenti di Ingenuity.

Questa storia non viene dal nulla. L'elicottero marziano ha portato da casa un pezzo di passato: un frammento di tela del Wright Flyer. È il 17 dicembre 1903 e l'aereo di Wilbur e Orville, i fratelli Wright, sostenuto da un motore a scoppio si alza in aria. Sulle Kill Devil Hills, in North Carolina, tirava un vento contrario che avrebbe ammazzato anche un povero diavolo. Il viaggio durò poco più di un attimo per 36 metri. Orville Wright dirà: «Fu un volo di 12 secondi, incerto, ondeggiante e traballante, ma fu finalmente un vero volo e non una semplice planata». Bisogna riconoscere che al marziano è andata un po' meglio. La prossima sfida, prevista tra due giorni, sarà alzarsi fino a 5 metri. «Quando arriveremo al quarto o al quinto volo, ci divertiremo - ha promesso Aung - vogliamo davvero spingere il nostro veicolo al limite» e correre rischi». Qualunque cosa accada, dopo un mese al massimo, l'esperimento si interromperà, per lasciare che il rover Perseverance si dedichi al suo compito principale: cercare tracce di vita, remota, su Marte.

La parola ingenuity si traduce come ingegno, inventiva, abilità. È per questo che il drone è stato battezzato così. In italiano evoca però ingenuità, come se questo volo nascondesse un'illusione, una speranza senza futuro. L'origine di ingenuo porta però con sé qualcosa di bello e affascinante. L'ingenuo è un candido, un sognatore, uno che non conosce il mondo, un sempliciotto. Non è però sempre stato così. Ingenuo viene dal latino ingenuus, generato dentro i confini dell'urbe, e per secoli ha indicato la fortuna di nascere libero. Il volo di Ingenuity è magari anche un segno di libertà.

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