Sequestrati pescherecci italiani. Spari dalle motovedette libiche

Il sequestro è avvenuto a 40 miglia a nord di Bengasi, in acque internazionali ma considerate da sempre dai libici come di propria pertinenza. L'azione delle motovedette libiche è avvenuta nel giorno della visita di Di Maio

Sequestrati pescherecci italiani. Spari dalle motovedette libiche

L'ennesimo episodio che vede protagonisti pescherecci italiani e motovedette libiche è andato in scena nelle scorse ore a nord di Bengasi. In totale, secondo le ultime informazioni, sarebbero quattro i mezzi italiani coinvolti nella vicenda: due, in particolare i pescherecci Anna Madre di Mazara del Vallo e Natalino di Pozzallo, sono riusciti a fuggire in tempo mentre altre due imbarcazioni sono state sequestrate dalle autorità di Bengasi.

I mezzi scortati fin dentro il porto della principale città dell'est della Libia sono l'Antartide e il Medinea, entrambi della marineria di Mazara del Vallo. Nelle mani dei libici allo stato attuale ci sarebbero quindi complessivamente 18 marinai: si tratta dei due comandanti dei pescherecci poi fuggiti verso nord e i componenti delle due navi sequestrate. Di questi, 8 dovrebbero essere tunisini, secondo informazioni date dalle marinerie coinvolte, i restanti invece italiani.

Tutto è avvenuto a 40 miglia a nord di Bengasi nella serata di martedì. I pescherecci coinvolti avrebbero prima avvertito degli spari e successivamente sono stati raggiunti da motovedette libiche. Non si conosce attualmente il numero dei mezzi libici intervenuti nell'azione, si sa soltanto che i comandanti delle motonavi italiane sono stati fatti salire coattivamente a bordo.

Le accuse contro i pescherecci italiani

Motivo del contendere, ancora una volta, è la rivendicazione da parte della Libia di un tratto di mare a nord dei confini marittimi riconosciuti internazionalmente. Secondo i libici, i quattro pescherecci italiani stavano pescando in uno specchio d'acqua che le autorità del Paese nordafricano riconoscono come proprio.

Una vicenda che va avanti da decenni, già dai tempi del rais Muammar Gheddafi. Tripoli ha sempre sostenuto il diritto di considerare acque di propria pertinenza quei tratti di Mediterraneo a nord dell'ideale linea tracciata da Misurata a Bengasi. Un confine che non tiene però conto del golfo di Sirte, che la Libia rivendica come di propria esclusiva pertinenza in quanto “baia storica”.

A livello internazionale però, l'insenatura a largo di Sirte non viene considerata come tratto di mare esclusivamente libico, per cui i confini marittimi tracciati dai libici non sono mai stati ufficialmente riconosciuti. L'Italia dal canto suo si pone in linea con la posizione della comunità internazionale, anche se le autorità hanno spesso invitato i pescherecci a non spingersi in profondità verso sud proprio per evitare che militari libici possano intervenire.

Anche perché a rivendicare la posizione libica sui confini marittimi sono tutti i vari attori interni al Paese nordafricano. Qui la guerra iniziata nel 2011 ha spaccato e diviso il territorio adesso controllato da diverse fazioni, ma sia a Tripoli e sia a Bengasi viene portata avanti la pretesa della Libia nell'estendere il controllo delle acque nel Mediterraneo.

Una strana tempistica

Non può sfuggire in questo caso però la tempistica in cui è avvenuto il sequestro da parte dei militari dell'est della Libia, dunque riconducibili al Libyan National Army di Haftar. I quattro pescherecci italiani sono infatti stati presi di mira nel giorno in cui il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è recato in visita nel Paese. Il titolare della Farnesina ha incontrato a Tripoli il premier Al Sarraj, mentre in Cirenaica il presidente del parlamento Aguila Saleh.

Non è quindi da escludere una ritorsione nei confronti di Roma per la posizione espressa dal governo italiano a favore dell'accordo di cessate il fuoco promosso da Al Sarraj e Saleh, osteggiato invece dal generale Haftar. La Farnesina è comunque a lavoro per seguire da vicino la vicenda in attesa di nuovi sviluppi.