I Savoia rivogliono il tesoro da 300 milioni lasciato alla Banca d'Italia

L'ex casa regnante pretende la restituzione del tesoro attualmente custodito in un caveau della Banca d'Italia. Valore stimato: 300 milioni di euro. Aperta una trattativa con le istituzioni italiane

Ora i Savoia rivogliono il tesoro da 300 milioni lasciato alla Banca d'Italia

A settantacinque anni dalla nascita della Repubblica Italiana i Savoia tornano alla carica. E rivogliono il tesoro. Il loro tesoro. L'ex casa regnante ha formalmente chiesto allo Stato la restituzione dei gioielli della corona, attualmente custoditi in un caveau della Banca d'Italia. Lì, in uno scrigno protetto da undici sigilli, i preziosi giacciono dal giugno del 1946, da quando l'ultimo re d'Italia, Umberto II, li consegnò affinché fossero tenuti "a disposizione di chi di diritto". A quella formula, all'epoca lasciata volutamente vaga, si appiglierà probabilmente il legale della famiglia Savoia, l'avvocato Sergio Orlandi, nel primo odierno incontro di mediazione fissato con i rappresentanti della Banca D'Italia, della presidenza del Consiglio e del ministero dell'Economia.

Il tavolo di confronto, convocato dal mediatore Giovanni De Luca, è stato organizzato su istanza del principe Vittorio Emanuele di Savoia e delle principesse Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, eredi dell'ultimo re. Davanti alle istituzioni italiane, ribadiranno la richiesta già avanzata (con esito negativo) nel novembre del 2021. Ovvero, la riconsegna di un tesoro formato da 6.732 brillanti e 2 mila perle di diverse misure montati su collier, orecchini, diademi e spille varie. Valore stimato: 300 milioni di euro, secondo alcuni.

Già lo scorso anno la Banca d’Italia aveva respinto la pretesa dell'ex casa regnante, sentenziando: "La restituzione non può essere accolta, tenuto conto delle responsabilità del depositario". Ma i Savoia intendono andare sino in fondo e l'unica via per tentare di farlo è quella di scomodare corsi e ricorsi storici. Nel 1946, infatti, i gioielli della corona non furono confiscati, a differenza di quanto accadde con il resto dei beni mobili e immobili dell’ex casa regnante, avocati dallo Stato dopo la nascita della Repubblica. Quella mancata confisca, secondo l'avvocato Orlandi, potrebbe consentire ai Savoia di far valere le loro ragioni e di rimettere le mani sul tesoro. La questione, tuttavia, non è così semplice. Nella Costituzione italiana, infatti, si legge: "I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato", che dunque ha piena voce in capitolo.

Proprio nei giorni in cui l'Italia si appresta a rinnovare la più alta carica della Repubblica, torna d'attualità l'annosa rivendicazione dei Savoia. Qualora la mediazione avviata non portasse a una soluzione, come peraltro è probabile che accada, l'ex casa reale tramite i suoi rappresentanti procederà a citare in giudizio lo Stato italiano con l’intento di riavere indietro i gioielli.

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