Impresari di noi stessi

Che due miliardari mattacchioni come Musk e Zuckerberg abbiano deciso di sfidarsi in un incontro di arti marziali nella cornice del Colosseo o di un altro sito archeologico della romanità offre, al di là della vicenda, l'occasione per una riflessione più seria

Impresari di noi stessi
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Che due miliardari mattacchioni come Musk e Zuckerberg abbiano deciso di sfidarsi in un incontro di arti marziali nella cornice del Colosseo o di un altro sito archeologico della romanità offre, al di là della vicenda, l'occasione per una riflessione più seria. Magari quell'incontro non si farà mai, potrebbe essere la solita boutade del patron di Tesla, ma quello che colpisce è il coro di critiche che già solo la notizia ha sollevato nel nostro Paese. La più classica è che non si dedicano i nostri luoghi archeologici, o artistici, ad iniziative del genere. Sarebbe uno scandalo.

Critica legittima, ci mancherebbe altro, impregnata però di pregiudizi e miope sul piano del pragmatismo. Una critica che segnala un limite di fondo che caratterizza il nostro Paese: l'Italia ha un patrimonio artistico, archeologico, culturale inestimabile; valiamo da soli quasi la metà delle bellezze del globo; ci sono aree dove basta scavare (vedi quello che sta avvenendo per la nuova linea della metropolitana della Capitale) per portare alla luce delle meraviglie; eppure, dispiace dirlo, noi italiani non siamo capaci di essere impresari di noi stessi.

Non riusciamo cioè a sfruttare il patrimonio che abbiamo a disposizione per scoprirlo, restaurarlo, conservarlo. Ci poniamo il problema se concedere o no un «sito» archeologico per una manifestazione che avrebbe un richiamo mondiale e un ritorno economico formidabile (se pretendi il Colosseo «ca va sans dire» che lo paghi caro), ci dividiamo al solito tra guelfi e ghibellini, ma poi ci dimentichiamo o, peggio, mandiamo in rovina uno dei mille, diecimila, centomila capolavori che sono sparsi nella penisola. Con tanto di servizio giornalistico che testimonia la scandalosa inerzia delle nostre istituzioni. Insomma, gettiamo al vento le nostre ricchezze. Privi come siamo di materie prime, ci permettiamo di non sfruttare quella miniera d'oro che è, appunto, il nostro patrimonio artistico.

Eppure in passato abbiamo avuto esperienze che dimostrano come sia possibile creare un circolo virtuoso: ad esempio, il Colosseo per come lo vediamo ora lo si deve al restauro e alla messa in sicurezza promossi da Diego Della Valle e potremmo citare altri esempi. Inutile dire che anche in quell'occasione ci fu un trambusto mediatico, ci furono tante polemiche ma pochi alla fine si sono concentrati sui risultati. Non si concede l'utilizzo di un sito - ovviamente con tutte le garanzie (ferree) che non venga danneggiato - ma poi per pigrizia o per carenza di risorse si lasciano andare in rovina monumenti che rappresentano la nostra Storia. Siamo come quei vecchi nobili che privilegiano la forma, lo stile (Musk e Zuckerberg al Colosseo giammai!) e si adagiano nel vedere i loro palazzi consumati dal tempo e magari un giorno sono costretti a venderli per pochi euro.

E, invece, basterebbe sfruttare al meglio una location artistica e utilizzare il ricavato per salvaguardarla o addirittura salvarne un'altra. L'arte, nei fatti, da noi potrebbe finanziarsi da sola. Senza contare che un evento diventa il volano che fa conoscere al mondo un monumento, un'area archeologica, un luogo artistico. Di fatto l'Italia. Cinquant'anni fa i Pink Floyd ambientarono un loro concerto a Pompei riscoprendola.

Vedremo alla fine come finirà la storia del duello tra Musk e Zuckerberg, se le polemiche la seppelliranno obbligando i due mattacchioni a traslocare davanti alle piramidi. In quel caso molti bacchettoni diranno che abbiamo salvato la faccia, in realtà sarà solo un'altra occasione mancata.

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