Italiani fuori di testa?

Problemi mentali all'ordine del giorno. E nel CTS nemmeno uno psichiatra o uno psicologo

Italiani fuori di testa?

Montesilvano, 21 marzo 2020. Dal 9 marzo l’Italia è in lockdown; il governo Conte ha chiuso gli italiani in casa per salvare quante più vite possibile dalla prima micidiale ondata dell’epidemia venuta dalla Cina, il coronavirus. Alcune persone rimproverano un runner loro vicino di casa che sta facendo una corsetta “proibita” nel parco condominiale. Vuoi liti pregresse, vuoi le due settimane di cattività forzata tra le mura domestiche, l’uomo sale sul tetto dell’auto dei vicini e la distrugge, minacciando ripetutamente i proprietari. Milano, 9 aprile 2020. Verso ora di pranzo una pattuglia della polizia municipale nota un uomo che passeggia sotto il sole tra corso Buenos Aires e piazza Lima, praticamente in centro. Segni particolari: è vestito solo di una catenina d’oro al collo. Per il resto è in mise adamitica, completamente nudo. Crema (Cremona), 27 settembre 2020. In un supermercato un sorvegliante richiama due clienti all’uso corretto delle mascherine. La reazione inconsulta dei due scatena una rissa a colpi di cestelli per la spesa. Roma, 5 dicembre 2020. Verso le 5 del pomeriggio almeno 300 ragazzini, quasi tutti minorenni, si danno appuntamento al Pincio per poi dare vita a una mega rissa che si accende poco lontano, nella centralissima piazza del Popolo. Aci Sant’Antonio (Catania), 29 marzo 2021. Una quindicina di di persone dai 20 agli oltre 50 anni, danno vita a una rissa con mazze da baseball, sfollagente, catene e tirapugni di ferro dopo aver iniziato un litigio per futili motivi sui social ed essersi dati appuntamento in quel luogo per “risolvere” la questione. Un uomo di 26 anni finisce in terapia intensiva nell’ospedale catanese. E non è tutto: se nel 2018, ad esempio, in Italia le liti condominiali avevano dato avvio a oltre 2 milioni di cause civili pendenti, per il 2020 potrebbero arrivare a 3.400.000, con un aumento di quasi il 70%. E poi: liti al supermercato e sui mezzi pubblici per mascherine non indossate o abbassate a scoprire naso e bocca, liti per questioni di traffico, liti sul parcheggio, liti per il posto in una fila. Un’aggressività pronta a esplodere soprattutto per futili motivi in un’escalation di insulti e criminali vie di fatto. Che cosa sta succedendo agli italiani? “Purtroppo si sta consolidando il quadro che già era emerso alla fine del primo isolamento nel 2020 e non solo in questi ultimi giorni. Dopo 14 mesi di pandemia gli italiani, come altre popolazioni nel mondo, sono sottoposti a uno stress continuo e che non accenna a diminuire”.

È preciso il professor Massimo Di Giannantonio, medico chirurgo specializzato in psichiatria, professore ordinario presso l’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Nonché presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria, che raccoglie circa 8.000 medici della psiche che operano negli ospedali, nelle università, nelle strutture collegate alle Asl e negli studi privati.

Professor Di Giannantonio, quali sono i soggetti più a rischio di questi disturbi?

“I principali problemi riscontrati riguardano i giovani della prima e della seconda adolescenza che si sono visti privati della socialità e della socializzazione, elementi strutturali della loro identità. Questo ha portato a reazioni depressive, perdite di motivazione, astenia, anoressia, bulimia, disagio adolescenziale con meccanismi di separazioni del mondo come la sindrome di hikikomori, cioè coloro che si autorecludono volontariamente nella loro stanza, senza uscirne quasi mai. Dopo questi 14 mesi senza scuola, senza uscite, senza luoghi di ritrovo il rischio è che per questi giovanissimi si verifichino difficoltà a ripristinare un rapporto con i loro coetanei. Come se dovessero reimparare a socializzare”.

E per i cittadini anziani?

“Altri problemi riguardano gli anziani, rimasti senza rapporti affettivi. Si sentono le prime vittime potenziali del coronavirus e quindi subiscono gli effetti negativi di un distacco traumatico e prolungato dai loro affetti quotidiani, figli e nipoti, depressione, ipocondria e un’idea della morte più presente nel quotidiano vissuto rispetto a prima. E poi sono distonizzati da informazioni troppo spesso in contrasto tra loro. Errori di comunicazione che sono diventati orrori”.

Quali informazioni professore?

“Dire che l’inoculazione di un vaccino è stata sospesa perché quel vaccino può avere effetti letali scollega la campagna vaccinale dalla speranza che essa suscita in prima battuta. E poi informazioni cangianti sulla durata degli anticorpi. E prima ancora la distanza di sicurezza. E poi il coprifuoco. Si sono create delle spaccature evitabili in cui il negazionismo ha trovato praterie. Con la conseguenza di un sovraccarico di informazioni che ha mandato in tilt il cittadino”.

Liti al supermercato, nel traffico, per il parcheggio, nel condominio: perché siamo diventati così aggressivi noi italiani?

“Lo stress è un fattore di difesa. L’essere umano sotto stress accelera risposte di difesa a stimoli potenzialmente negativi che vengono percepiti come altrettanti attacchi alla nostra sfera personale. Lo stress diacronico e l’impossibilità di arrivare a una condizione di normalità danno il via libera a reazioni istintuali, incontrollate, episodiche. Sono fenomeni soprattutto di gruppo, legati a vicende e a dinamiche di assembramento reale o percepito come tale”.

In Italia circa 17 milioni di persone soffrono di disturbi mentali. Molti di questi cittadini sono spesso curati tra le mura domestiche. Queste famiglie sono rimaste ancora più sole in questi 14 mesi di pandemia?

“Mi sento di escluderlo. I dipartimenti di salute mentale hanno retto, nonostante non venissero forniti i dispositivi di protezione individuale. Con i colloqui a distanza e la tele-psichiatria si è fatta di necessità virtù. Su questo segnalo che i pazienti si sono dimostrati disponibili a usare canali diversi di comunicazione rispetto a quelli tradizionali. Il contatto di prossimità è stato comunque mantenuto e in questo modo le famiglie non sono mai state abbandonate a loro stesse”.

Dal 26 aprile l’Italia ha riaperto i battenti, lentamente ma irreversibilmente, come ricordato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi. Quali sono i rischi legati a questo ritorno alla normalità o quasi?

“Il grande conflitto che si riapre ora riguarda le relazioni tra adulti e adolescenti. Cosa privilegiare? Il rispetto o il desiderio? Impossibile rispondere in maniera univoca. Bisogna distinguere il livello di maturità conseguito dal singolo individuo. Molto dipenderà dai meccanismi di controllo sociale e del territorio, di prevenzione, di informazione concreta sull’andamento della pandemia. C’è un rischio di atteggiamento mentale generale con una dinamica simile a quella dell’estate 2020: una dimensione psichica globale orientata verso la speranza; il rischio da evitare è la rimozione del pericolo con un rimbalzo maniacale di ottimismo ingiustificato. Va evitata la “sindrome indiana” per capirci, cioè una rimozione o comunque una sottovalutazione del problema che presagisce una successiva impennata di contagi e, purtroppo, di vittime”.

Il Comitato tecnico-scientifico dal 5 febbraio 2020 coadiuva il governo in tutte le scelte che riguardano la gestione della pandemia. È composto da 11 componenti espressione di varie professionalità mediche e scientifiche. Perché tra queste non c’è né uno psichiatra né uno psicologo?

“La composizione del Comitato tecnico-scientifico sconta un ritardo culturale dell’Italia rispetto alle problematiche psichiatriche e psicologiche. Che vengono generalmente ritenute secondarie rispetto alle patologie del corpo, come se l’anima, la mente contasse meno o non contasse affatto. Eppure soprattutto ora servirebbe affrontare anche queste questioni assieme a quelle strettamente medico- epidemiologiche legate alla pandemia. Ma basti pensare che appena il 3,2% dei fondi destinati alle ASL sono destinati alla salute mentale. Molto meno della metà rispetto ad altri Paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania”.

Nel 1993 il regista Joel Schumacher portò in scena le vicende di William B. Foster, un impiegato abbandonato dalla moglie e licenziato, interpretato da un magistrale Michael Douglas. “Un giorno di ordinaria follia” portò sul grande schermo le frustrazioni esplosive dell’“uomo bianco arrabbiato”, una discesa agli inferi di una società sotto continua e ineluttabile pressione. Nel 1999 il genio visionario di David Fincher diede vita alle vicende di “Fight Club” (dall’omonimo romanzo del 1996 di Chuck Palahniuk), forma e sostanza di una violenza anti-sistema che proprio in quegli anni iniziava a far sentire i suoi inquietanti clangori di battaglia. Gli adepti di una setta segreta guidata da Edward Norton e Brad Pitt partivano da combattimenti corpo a corpo per sfogare la violenza per arrivare a una coscienza politica di cupa contestazione radicale contro la società contemporanea. Quelli erano film, narrazioni inventate che prendevano però spunto da una rabbia collettiva repressa reale. Ma all’epoca, differenza non da poco, non c’era nessuna pandemia a fungere da innesco esplosivo.

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