L'alibi di chi non è mai pronto

La parte più difficile del portare a termine una missione sta nel cominciarne una nuova. Sei dicembre 2021, ennesima ora X nella battaglia contro il virus. Altro giro di regole, altra corsa

L'alibi di chi non è mai pronto

La parte più difficile del portare a termine una missione sta nel cominciarne una nuova. Sei dicembre 2021, ennesima ora X nella battaglia contro il virus. Altro giro di regole, altra corsa. È la maledizione del Covid nelle sue infinite varianti: tessere una tela per imbrigliare la minaccia del contagio e trovarsi puntualmente costretti a ripartire daccapo. Abbiamo superato - per fortuna - la stagione dei Dpcm a cadenza quindicinale, l'epoca delle autocertificazioni da ritirare fuori dai cassetti quando parevano archiviate. Poi c'è stata la girandola dei colori, giusto lo scorso Natale, in un caleidoscopio di zone gialle, arancioni e rosse, in fin dei conti diverse sfumature della stessa libertà vigilata. L'introduzione del Green pass sembrava aver delineato una cornice di compromesso entro cui ritagliarsi un relativo margine di sicurezza, sebbene il prezzo da pagare sia stato un Paese spaccato nelle piazze della protesta, che spesso ha valicato i confini del (legittimo) dissenso democratico.

L'escalation di positivi e il ritorno della pressione sugli ospedali, insieme alla necessità di dare una spinta decisiva alla campagna vaccinale, hanno portato alla decisione di creare il doppio scalino del «Super green pass», accettando il rischio di un'Italia che corre a più velocità verso lo stesso obiettivo: la salute pubblica e il ripristino di una vita quotidiana almeno paragonabile a quella dell'era ante-Covid. Vaccinati, guariti dall'infezione, «tamponati» e gli ultimi irriducibili No Vax convivono lungo tre gradi di separazione e di restrizioni cangianti, a seconda della posta in gioco, che sia la possibilità di salire su un aereo o su un tram, di entrare al ristorante oppure in fabbrica.

Come per tutti gli altri «inizi» sperimentati finora, spuntano dubbi e perplessità, difficoltà pratiche e minacce di far saltare il sistema. Tra i governatori delle Regioni, che chiedono una proroga per gli studenti che viaggiano sui mezzi pubblici, e il Viminale, che ammette l'inadeguatezza degli organici delle forze dell'ordine tale da non poter garantire controlli efficaci, c'è il comune denominatore di un Paese mai pronto ad affrontare cambi in corsa, pur avendo avuto molto tempo prezioso a disposizione. Da quasi due anni l'emergenza si è fatta normalità, dunque l'esperienza avrebbe dovuto consegnarci una macchina organizzativa capace di gestire i pit-stop dettati dalla situazione mutevole. Persi nei mille rivoli delle responsabilità a cascata, ritardi strutturali e imbarazzi dell'ultimo momento rischiano di alimentare confusione e divisioni, non risolvibili con le sole «Faq» di Palazzo Chigi. Ma, soprattutto, il pericolo è di fornire un alibi perfetto a disfattisti di professione e furbetti del «tanto peggio, tanto meglio».

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