Maurizio Landini non delude mai. Ogni volta che il dibattito sul lavoro rischia di scendere dal palco ideologico per avvicinarsi alla realtà, il leader della Cgil sente il bisogno di rilanciarlo con una proposta tanto roboante quanto inconcepibile. Questa volta è la "contrattazione annuale dei salari", presentata come rimedio salvifico contro l'inflazione. In realtà, è una sorta di ritorno alla scala mobile, l'ennesima bandiera agitata da un sindacalista che da tempo ha smarrito il confine tra tutela dei lavoratori e agitazione permanente. Dopo aver ammorbato le folle con il mantra del salario minimo - un paradosso in un Paese dove il problema non è l'assenza di contratti, ma la loro produttività e la crescita economica che li sostiene - Landini alza ulteriormente l'asticella dell'irresponsabilità. Rinnovare i contratti ogni anno, dice. Come se l'economia italiana fosse una lavagna su cui cancellare e riscrivere cifre a piacimento, ignorando vincoli, conti pubblici, competitività delle imprese e stabilità monetaria.
Landini sa benissimo che non esistono le condizioni per una contrattazione annuale generalizzata. Sa che le imprese soprattutto quelle piccole e medie, quelle che tengono in piedi il Paese non accetterebbero mai un meccanismo che introduce incertezza strutturale sui costi del lavoro. Sa che il governo, qualunque governo, non potrebbe permettersi di alimentare una spirale salari-prezzi che riporterebbe l'inflazione fuori controllo. E sa anche che una simile proposta non servirebbe a recuperare potere d'acquisto, ma a distruggerlo.
Ma allora perché dirlo? Perché Landini non parla più ai lavoratori reali, quelli che chiedono stabilità, crescita e occupazione. Parla a una platea ideologica, a un sindacato ridotto a partito di lotta, che misura la propria esistenza non sui risultati ottenuti ma sul numero di scioperi proclamati. Scioperi che, negli ultimi due anni, hanno fatto male all'Italia, hanno colpito servizi essenziali, hanno penalizzato cittadini e imprese, e - dettaglio non trascurabile - hanno danneggiato anche gli stessi iscritti che Landini dice di rappresentare.
Ora dovremmo sorbirci anche la prospettiva di una protesta permanente, annuale, rituale, per rinnovi contrattuali inevitabilmente conflittuali. Un Paese bloccato non più a giorni alterni, ma per definizione. Altro che recupero dell'inflazione: sarebbe la sua moltiplicazione.
Il punto è che Landini continua a confondere il sindacato con il megafono della rabbia sociale. Ma un sindacato serio non promette ciò che sa di non poter ottenere. Non alimenta illusioni sapendo che produrranno solo frustrazione. Non gioca con l'economia reale come se fosse un comizio.
Il tribuno che invoca contratti annuali non difende i lavoratori: li usa. Li trascina in una battaglia ideologica che non ha vincitori, solo perdenti. E mentre lui accumula visibilità, l'Italia accumula ritardi. Se questo è il sindacato del futuro, allora il lavoro è davvero in cattive mani.