L'appello degli optometristi: "Riconoscere la professione come nel resto d'Europa"

Dominga Ortolan, docente di Ottica Oftalmica e Visuale all'Università di Padova, chiede che la professione degli optometristi venga riconosciuta come nel resto d'Europa

L'appello degli optometristi: "Riconoscere la professione come nel resto d'Europa"

È prassi consolidata, nel dibattito pubblico su temi di interesse generale, richiamarsi al contesto europeo per giustificare riforme impopolari e di dubbia utilità. La frase più ricorrente è “Ce lo chiede l’Europa”. Che equivale a dire: prendetevela con Bruxelles, fosse per noi ci comporteremmo in modo diverso.

Succede per molte misure economiche o fiscali, si verifica spesso in ambito formativo e universitario, quando le colpe di alcune palesi incongruenze nazionali vengono addossate sulla Commissione europea.

Alla luce di tale tendenza, che comunque mostra un andamento incerto in relazione ai singoli settori, appare opportuno riflettere sulle interazioni tra il diritto europeo e il diritto interno anche con riferimento all’ambito a noi più vicino come categoria, quello del riconoscimento delle attività che in concreto svolgiamo e che dovrebbero essere il naturale prolungamento del nostro percorso formativo, legato al valore legale del titolo che conseguiamo e alle competenze che acquisiamo per esplicita e formale ammissione dell’Università.

Infatti, molti nostri studenti e laureati in ottica e optometria si sono confrontati con i loro colleghi europei nell’ambito del progetto Erasmus+ e hanno potuto verificare la corrispondenza della nostra offerta formativa e professionale con quella del resto dell’Europa. Molto frequente è stato lo scambio con Atenei e cliniche spagnole che risultano a noi più vicine per impostazione culturale, dove il riconoscimento delle attività professionali è legalmente riconosciuto da oltre 70 anni. Gli optometristi hanno finora efficacemente svolto in autonomia il loro ruolo come professionisti, in modo non dissimile da come operano i laureati in scienze e tecnologie fisiche anche a supporto di altri professionisti sanitari.

Ecco perché risulta irragionevolmente restrittivo, oltre che non in linea con i consolidati e diffusi orientamenti europei, limitare il riconoscimento delle attività professionali degli optometristi al campo industriale escludendo le loro specifiche competenze professionali, in particolare la capacità di svolgere misure ottiche, optometriche e strumentali della funzionalità visiva sulla persona e di individuare e progettare gli opportuni ausili ottici compensativi.

Come precisato dallo statuto dei corsi di laurea in ottica e optometria, quel percorso di studi è coerente con il quadro internazionale e assicura a chi lo intraprende la possibilità di sviluppare competenze nei seguenti settori: a. L’ottica fisica e la scienza dei materiali che sono alla base dei meccanismi della visione e dei dispositivi di correzione, quali lenti oftalmiche e lenti a contatto; b. La fisiologia e l’anatomia che, oltre a permettere la comprensione di come avviene il processo visivo, consentono di capire come diverse patologie influenzano le abilità visive; c. La pratica dell’esame della funzionalità visiva, del training visivo e dell’applicazione delle lenti a contatto, che costituiscono la specificità della professione dell’optometrista.

L’inquadramento nella Classe delle lauree in Scienze e tecnologie fisiche (L-30) assicura che tutti questi argomenti siano affrontati con rigore scientifico. Viene garantita anche una formazione professionale completa, con un bagaglio di competenze multidisciplinare ed efficace per l’immediato inserimento nel mondo del lavoro. Appare dunque chiaro che la formazione sui temi di progettazione e caratterizzazione dei dispositivi correttivi rappresenti un aspetto importante nel percorso dell’optometrista, ma per nulla esclusivo e limitante. Da quasi vent’anni, i nostri Atenei dedicano impegno e risorse per formare professionisti in grado di assistere le persone che hanno cercato nella loro competenza una soluzione efficace per la correzione della vista e che, davanti a delle anomalie riscontrate, sono state indirizzate verso il medico per una diagnosi. Non ci sono dunque rischi di assunzione impropria di funzioni da parte nostra, né di sovrapposizioni rispetto agli ambiti di attività riservate ad altre professioni in ambito sanitario.

Sono state intraprese varie iniziative per tentare di richiamare l’attenzione dei decisori istituzionali su queste anomalie delle quali paghiamo le conseguenze come categoria. Tutti i coordinatori dei Corsi di Laurea in Ottica e Optometria hanno indirizzato al Ministro dell'Università e della Ricerca (MUR) e al Ministro della Salute una lettera sulla definizione delle attività professionali dei laureati in Ottica e Optometria nella quale confermano la molteplicità di competenze acquisite dal laureato.

Inoltre, circa un anno fa, i vertici della Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici, incontrando i vertici dei rispettivi Ministeri della Salute e dell’Università e della Ricerca hanno ribadito l’importanza del riconoscimento delle attività professionali di indirizzo sanitario del fisico, tra le quali anche quella dell’Optometrista.

Non ci sono stati, però, passi avanti significativi, mentre noi riteniamo che i tempi siano maturi per comporre una volta per tutte il mosaico di un pieno riconoscimento della professione, che ne definisca chiaramente gli ambiti professionali, coerenti con i percorsi formativi, così come già lo sono gli obblighi di formazione continua, di possesso di RC professionale, di rispetto del codice deontologico in modo da rispondere finalmente al mercato del lavoro e alla tutela della salute nel suo complesso.

Dominga Ortolan - Docente a contratto di Ottica Oftalmica e Visuale Università di Padova e Socio fondatore dell’Associazione Laureati in Ottica e Optometria (ALOeO)

Commenti