Lorenzetto e l'amore di Antonio che non conosce fine. E la ricorda sul Giornale con 169 necrologi

Alberti per più di 10 anni ne ha pubblicato uno ogni 9 del mese, giorno della morte della moglie: "E nonostante fossi comunista, ho scelto di farlo sul Giornale". Un matrimonio originato da un adulterio e durato 40 anni, poi il male incurabile: "La sento girare per casa. Ho speso 27.572 euro"

Lorenzetto e l'amore di Antonio che non conosce fine. E la ricorda sul Giornale con 169 necrologi

L'ultimo, uscito il 9 agosto, recitava: «Mi aggrappo con fitte di dolore al tuo ricordo, colmo di malinconia». Il prossimo apparirà martedì, ma lo deve ancora scrivere. È dal 9 luglio 2000, da quando subì quello che definisce «il tracollo esistenziale», che Antonio Alberti, 88 anni a novembre, pubblica sul Giornale un necrologio per ricordare con parole alate la sua adorata consorte Gina. Non una volta l'anno: tutti i mesi. Il 9, giorno della morte. In totale le ha già dedicato 169 necrologi. L'inconsolabile vedovo non ha nessuna intenzione di abbandonare la pietosa consuetudine. La spesa complessiva affrontata in questi 14 anni è stata pari a 27.572,04 euro e tiene conto di un annuncio funebre gratuito per ritardata pubblicazione. L'ultimo gli è costato 179,10 euro. Avvertenza: queste informazioni non provengono dalla Arcus, la nostra concessionaria di pubblicità che peraltro mai si sarebbe sognata di darmele, bensì dallo stesso committente; tutte annotate a mano con grafia minuta e poi riportate in un file Excel. Deformazione professionale: dal 1955 al 1982, anno in cui fu collocato a riposo, Alberti, autodidatta diplomatosi perito elettronico studiando la sera, è stato archivista del Comune di Cinisello Balsamo (Milano). Ed è proprio lì, fra le scartoffie polverose, che nel 1960 conobbe la neoassunta Gina De Luca, all'epoca venticinquenne, applicata di concetto della ragioneria. Lui coniugato dal 1955 e con un figlio, Massimo, di appena 3 anni; lei prossima alle nozze. «Il giorno prima del matrimonio venne a piangere in municipio e mi chiese: Devo sposarmi o no?. Non seppi risponderle. Tacqui». Galeotto fu il tampone della carta assorbente: quello, di legno, che il fumino Antonio aveva scagliato qualche tempo prima contro la collega d'ufficio. «S'era messa a scartabellare un faldone sulla mia scrivania e io, che sono sempre stato un tipo molto ordinato, preso dalla collera le tirai addosso la prima cosa che mi capitò a tiro. Grazie al cielo, Gina evitò l'impatto». Tra i due era stato amore a prima vista, ancorché gravato dai sensi di colpa: «Sono sincero, non è che mi dispiacesse molto per mia moglie. Solo per mio figlio Massimo, che era troppo piccolo per capire. Oggi è uno dei quadri dell'Ibm». L'anno seguente la sposina ebbe dal marito un figlio, Enrico, e quindi, oltre a due coppie mal assortite in nome della legge, erano in ballo anche le vite di due bimbi. Eppure mai legame fu più solido di quello creatosi tra gli adulteri Antonio e Gina, destinato a durare per ben 40 anni. Alberti, originario di Cagliari, da quasi tre lustri ha lasciato la Lombardia per vivere a Porto Cesareo, località turistica del Leccese affacciata sullo Jonio. Abita tutto solo, accudito da una cagnolina e da due gatti soriani, in una villetta che s'è disegnato nel 1972, situata all'ingresso del paese. «Il mare non m'interessa: a 6 anni stavo per annegare nella piscina Gambini di Milano». La moglie sorride da una foto posta sulla mensola della cucina, davanti alla scatola dello sfigmomanometro Kardell per misurare la pressione. Di fianco al ritratto ci sono le parole apparse nel necrologio uscito il 9 febbraio 2002: «Gina. È l'amor mio che in ogni sentimento vive e ti cerca in ogni bella cosa e ti cinge d'eterno abbracciamento. Antonio». Accanto, una rosa avvolta nel cellofan e una donna di cuori. «Perché la carta da poker? Ciumbia, ma è lei! La regina di queste stanze». Pensava di farne la casa di vacanze per la vecchiaia. Invece dal 2000 è un luogo di dolore, l'avamposto più vicino - mezz'ora di auto - al cimitero di Novoli, il paese del Salento dove Gina era nata e dove a lui è parso giusto farla riposare per sempre. (...) Quanto ci mette a comporre il necrologio mensile? «Un paio d'ore. Amo le poesie, quelle di Giovanni Pascoli in particolare. Se non le impari a memoria, non mangerai né a pranzo né a cena, mi diceva mia madre. E così, per fame... O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna. Poi Foscolo, Leopardi, Saba, Neruda, Borges, Dylan. M'illudo d'ispirarmi a loro, quando scrivo di Gina». A chi serve questo ricordo pubblico, oltre che a pagare in parte il mio stipendio, se l'è chiesto? «Serve a me. Mi piace leggerlo stampato e conservarlo. Dei lettori m'importa poco. Anche se ricevo con piacere molte attestazioni d'affetto. Per esempio, da Pisa mi scrive tutti i mesi una signora che si firma la Titti. Non so come abbia fatto a procurarsi il mio indirizzo. Mi parla dei suoi interessi, dei suoi acciacchi e del marito che la fa arrabbiare». (...) Dove pensa che sia la sua Gina in questo momento? «Per me è ancora qui che gira per casa. Nelle notti di luna piena, guarda da lassù dentro la cucina. Per questo tengo le imposte sempre spalancate». Va spesso a trovare Gina in cimitero? «Tutti i sabato mattina. Da qualche tempo non porto più i fiori freschi, perché li fregano. Preferisco cambiarle ogni due mesi quelli di plastica». E ci parla insieme? «Un dialogo muto, fatto di ti ricordi quando.... Spero di ritrovarla». Questa è fede. «Mi sa di sì, o qualcosa del genere». Sogna la sua Gina di notte? «Di rado. L'ultima volta l'ho vista in gita ai castelli della Loira. Sorrideva».
Il Giornale, 7 settembre 2014

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