Di Matteo: "Correnti? Metodo mafioso seguire appartenenza per nomine"

Intervistato da Massimo Giletti, il magistrato parla dei rischi di intromissione del potere politico nel mondo della magistratura e della solitudine provata dopo gli attacchi subiti a seguito delle indagini sulla trattativa Stato-Mafia

Di Matteo: "Correnti? Metodo mafioso seguire appartenenza per nomine"

Stanno facendo discutere le dichiarazioni rilasciate da Nino Di Matteo durante un'intervista concessa a "Non è l'Arena", trasmissione condotta da Massimo Giletti.

Il magistrato ha affrontato vati temi, a partire dal massacro mediatico e politico seguito al processo sulla trattativa Stato-Mafia fino ad arrivare alle scellerate scarcerazioni dei mafiosi durante l'emergenza Coronavirus. Altro tema scottante quello dell'incarico di direttore del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap), propostogli dal ministro della giustizia Bonafede, il quale aveva successivamente ritrattato a causa di un repentino ripensamento di natura non ben precisata. Di Matteo ha preferito non entrare in merito alla vicenda. "Ne parlerò in una sede istituzionale", ha detto, facendo riferimento alla sua convocazione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, prevista per il prossimo giovedì 18 giugno alle ore 14.

Un mondo, quello della magistratura, su cui si allunga in modo preoccupante l'ombra della politica, cosa che rischia concretamente di minarne l'autonomia come denuncia Di Matteo. "Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi: privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all'applicazione del metodo mafioso. La valutazione del lavoro di un magistrato o le nomine fatte per incarichi direttivi nei confronti di un magistrato condizionate da un criterio dell'appartenenza sono assolutamente inaccettabili".

Non solo, la riforma della Giustizia, mai esplicitamente citata ma certamente sullo sfondo delle sue considerazioni, porta il magistrato a lanciare un preoccupante allarme. "Dobbiamo trovare la forza, necessariamente a tutti costi, di invertire per primi la rotta", chiede il Pm, "prima che invece qualcuno possa approfittare di questa situazione di difficoltà e di mancanza di credibilità della magistratura per fare riforme che hanno uno scopo che non possiamo mai accettare, quello di sottoporre di fatto la magistratura a un controllo da parte del potere politico".

Potere politico che aveva fatto sentire tutto il suo peso durante le indagini sull'infamante trattativa Stato-Mafia. "Quando partì questa indagine molti pensavano che fosse frutto di una costruzione, di un teorema politico di magistrati un po' fantasiosi. Nel tempo molti si resero conto che l'indagine si riferiva a fatti concreti, che non era frutto di una fantasia, adesso oggetto di una sentenza di primo grado e prima ancora di un decreto di rinvio a giudizio", ricorda Di Matteo.

La forza preponderante del potere politico si fece sentire soprattutto dopo che uscirono le intercettazioni che coinvolgevano Giorgio Napolitano. In quell'occasione non arrivò mai la tanto invano attesa solidarietà nè da parte del Consiglio superiore della Magistratura (Csm) nè dall'Associazione nazionale Magistrati (Anm), le quali "dimostrarono un pericoloso collateralismo politico". I membri del pool di magistrati incaricati di condurre le indagini furono letteralmente massacrati. "C'è stato un momento in cui, soprattutto dopo la vicenda delle intercettazioni che erano state legittimamente disposte dal gip su nostra richiesta per le utenze in uso al senatore Mancino e alla registrazione di alcune telefonate con il presidente Napolitano, che a noi è stato detto di tutto, siamo stati definiti ricattatori del capo dello Stato, eversori", racconta il magistrato."Quando morì il compianto dottor D'Ambrosio ci chiamarono assassini. In quell'occasione, rispetto a ingiurie e calunnie, non ci ha difeso nessuno. Né l'Anm, né il Csm, che in quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico schierandosi per motivi di opportunità dalla parte del potere politico".

Pesante il commento sulla scarcerazione dei mafiosi avvenuta durante le fasi più "calde" dell'emergenza Coronavirus. "Il segnale è devastante dal punto di vista simbolico, e comunque è idoneo il ritorno a casa a produrre effetti concreti pericolosi per il futuro. Un mafioso anche al 41-bis si industria sempre per cercare di fare arrivare, soprattutto se è un capo, le direttive fuori dal carcere ai suoi. Figuriamoci se quel mafioso ha avuto la possibilità di tornare a casa", conclude Di Matteo.

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