Il metodo Riace e il metodo Morisi

Un indagato di centrodestra è più colpevole di un condannato in primo grado di sinistra. È questa la conclusione che emerge dalle cronache di questi giorni.

Il metodo Riace e il metodo Morisi

Un indagato di centrodestra è più colpevole di un condannato in primo grado di sinistra. È questa la conclusione che emerge dalle cronache di questi giorni. Partiamo da Luca Morisi, la storia è oramai arcinota: lo spin doctor di Salvini (non il suo numero due, come qualcuno vorrebbe far credere), finito in mezzo a una brutta storia di droga e ragazzi escort, è indagato per cessione di sostanze stupefacenti. Ripetiamo: «indagato» dalla Procura di Verona, ma già condannato e ammanettato da stampa e politici di sinistra. Non c'era bisogno di meteorologi e aruspici per prevedere la tempesta di fango su tutta la Lega che, puntuale, è arrivata. Era un boccone troppo ghiotto. Anche se quella di Morisi è una torbida questione personale che non ha niente di politico e nulla c'entra con il Carroccio. Ma l'ordine di scuderia è chiaro: bastonare il guru social per azzoppare Salvini a pochi giorni dal voto. Questo è il metodo Morisi.

Poi c'è il metodo Lucano. Che è tutt'altra cosa ed è un tipico esempio del doppiopesismo che da un trentennio va in scena quando una sentenza lambisce o travolge una certa parte politica. Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, ieri è stato condannato in primo grado a 13 anni e due mesi per una serie di reati tra i quali truffa e associazione a delinquere per il favoreggiamento dell'immigrazione. Ripetiamo: «condannato» dal tribunale di Locri, ma tempestivamente assolto dagli stessi che stanno crocifiggendo Morisi. Ma Lucano non è il social media manager della sinistra italiana, è molto di più, ne è una bandiera, un eroe. Lucano è stato per anni il simbolo dell'accoglienza a tutti i costi, l'uomo del «modello Riace» da esportare nel mondo, quello che la sinistra portava in processione ostendendolo come si fa con i santi. Da Saviano a Sala, passando per la Boldrini, tutti sono stati sponsor del sindaco pro migranti.

Sia chiaro: anche noi abbiamo dei dubbi sull'entità della sentenza e aspettiamo gli altri gradi di giudizio. Tuttavia una cosa è certa: quel modello tanto sbandierato di accoglienza buonista era tutto fuorché buono, anzi, stando alle parole dei giudici, era criminale. Ma, a differenza di quello che è successo con l'indagato Morisi, il condannato Lucano ha una folta schiera di avvocati pronti a difenderlo: politici, cantanti e attori. Lanci d'agenzia, fiumi di tweet e lenzuolate di post su Facebook denunciano lo scandalo della condanna. Buon per lui: è tutto legittimo, è un esercizio di democrazia. Ma fa un po' effetto constatare che i suoi pubblici difensori sono gli stessi che, fino all'altro giorno, lapidavano chiunque osava commentare una sentenza e magnificavano l'ottimo funzionamento della giustizia italiana. Il cortocircuito totale è servito.

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