Perché non aveva la scorta? Giallo sulla morte di Attanasio

La Farnesina punta il dito contro il Wfp, ma dall'Onu dicono che la strada attraversata dall'ambasciatore e dal carabiniere era sicura: continuano le accuse reciproche mentre proseguono le indagini

Perché non aveva la scorta? Giallo sulla morte di Attanasio

È un rimpallo di responsabilità quello che si profila all'orizzonte delle varie inchieste aperte sulla morte di Luca Attanasio, ambasciatore italiano a Kinshasa, e Vittorio Iacovacci, il carabiniere che viaggiava con lui.

Tutto ruota sul discorso sicurezza: come mai, è la domanda che si pongono gli inquirenti sia in Italia che in Congo, il convoglio in cui viaggiava l'ambasciatore era privo di scorta e di auto blindata? È su questo dettaglio che è scattato il tira e molla, soprattutto tra la Farnesina e il World Food Programme (Wfp).

Attanasio non stava infatti viaggiando per conto dell'ambasciata italiana, ma all'interno del convoglio Wfp diretto nella città di Rutshuru, nel nord Kivu. Dunque, è il pensiero emerso dagli ambienti del nostro ministero degli Esteri, la responsabilità della sicurezza era del Wfp e dunque delle Nazioni Unite.

“Se anche l'ambasciatore avesse avuto una scorta più numerosa e un'auto blindata – ha dichiarato nei giorni scorsi il sottosegretario agli Esteri, Manlio Distefano – ciò sarebbe rimasto a Kinshasa perché non era in viaggio per l'attività diplomatica italiana, ma per l'Onu”. Il riferimento dell'esponente del governo Draghi è anche alla polemica scoppiata dopo la rivelazione de La Stampa, secondo cui Luca Attanasio aveva chiesto una scorta più adeguata già nel 2018.

Ma in quell'occasione, hanno precisato dalla Farnesina, la richiesta era in previsione delle elezioni nella Repubblica Democratica del Congo e quindi di un periodo di maggior tensione. Ad ogni modo, la scorta dell'ambasciata italiana non avrebbe viaggiato con Attanasio.

Ecco quindi che la palla passa a chi ha organizzato il convoglio, ossia il Wfp e l'Onu. Anche dal palazzo di Vetro però respingono ogni addebito: “La nostra valutazione è stata che la strada fosse 'verde', ossia sicura – ha dichiarato il vicedirettore del Wfp Greg Barrow – e che non fosse necessaria una scorta armata o un veicolo blindato. I protocolli sono stati seguiti. Se ci fosse stato qualche dubbio, avremmo preso altre misure”.

Ad ogni modo, secondo il Wfp alla sicurezza avrebbero dovuto contribuire sia l'Italia che il Congo. Dalla sede delle Nazioni Unite hanno infatti voluto ricordare che quando la diplomatica statunitense Samantha Power ha viaggiato in quelle zone alcuni mesi fa, Washington ha ascoltato le valutazioni sulla sicurezza dell'Onu ma ha deciso ugualmente di inviare rinforzi nei dispositivi di sicurezza. In poche parole, a prescindere dalle considerazioni delle Nazioni Unite o delle autorità locali è poi lo Stato di appartenenza del diplomatico a prendere in autonomia le decisioni.

Resta però un mistero: come mai la strada che da Goma, capoluogo del Nord Kivu, sale fino a Rutshuru addentrandosi nel parco del Virunga è stata considerata “verde” dal Wfp? Del resto si tratta di un territorio dove in passato milizie e criminali comuni avevano già rapito occidentali a scopo estorsivo.

Non solo: pochi giorni prima del passaggio del convoglio con Attanasio, la stessa strada è stata percorsa dalla missione del diplomatico belga Axel Kenes, il quale guidava una delegazione del Consiglio di Sicurezza Onu. Il gruppo è rimasto nel Nord Kivu dall'11 al 13 febbraio e quando ha attraversato il Virunga ad accompagnarli c'erano nutrite pattuglie di caschi blu della missione Onu Monusco.

Perché una tale concentrazione di forze per una strada ritenuta sicura? E perché in questo caso la scorta è stata garantita mentre al nostro ambasciatore no? Domande a cui si cercherà di dare adeguate risposte nelle indagini in corso.

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