Non cavalcate la tigre manettara

In queste settimane c'è un clima che rimanda a un sentore di forcaiolismo

Non cavalcate la tigre manettara

In queste settimane c'è un clima che rimanda a un sentore di forcaiolismo, a colpi di «intercettateci tutti», «butta la chiave», «marcisci in galera». Ma la classe politica farebbe malissimo a gonfiare le vele all'elogio della ghigliottina e a berciare assieme alle tricoteuse, perché il rischio che un minuto dopo la testa di qualche politico finisca sul metaforico patibolo è molto elevato. Un clima che ricorda per certi aspetti quel che accadde nel Parlamento del 1992 e nel 1993. Come fu abbattuto non solo quel Parlamento, ma anche una intera classe politica? La (finta) rivoluzione di Tangentopoli, come la chiamava Bettino Craxi, di cui ieri ricorreva l'anniversario della scomparsa, fu tutta condotta con gli avvisi di garanzia, che distrussero intere carriere, di individui che poi, anni dopo, risultarono innocenti. E oggi siamo ancora di fronte a questo uso politico di uno strumento, l'avviso di garanzia, introdotto da noi a fini liberali, ma che ben presto si trasformò in un proclama di gogna. Oggi, sia pure in piccolo, è accaduto con il caso dell'avvocato Giuseppe Valentino, candidato da Fratelli d'Italia al Csm e, probabilmente, alla sua vice presidenza, poi subito ritirato non appena diffusasi la notizia che «sarebbe» indagato. E già l'uso del condizionale ci fa capire quanto viviamo in un mondo a parte: «è» indagato o «sarebbe»? Per alcuni giornali è il primo caso, per altri il secondo. Così è, se vi pare. Nella malagiustizia italiana, del resto, il ruolo di certa stampa è fondamentale: è stato sufficiente che un quotidiano riportasse la notizia per distruggere la candidatura di Valentino. Ma anche se fosse veramente indagato, secondo quale principio chi ha ricevuto un avviso di garanzia è da considerare un paria, un reietto, un pre colpevole, potremmo dire? Certo, si potrebbe sostenere che un conto è far parte del Csm, altro gestire una panetteria. Eppure vi sarebbero anche due magistrati, membri del Csm uscente, sottoposti a indagine, in seguito alla vicenda della Loggia Ungheria, secondo una cronaca apparsa ieri su «La Verità». Ma non pare abbiano intenzioni di dimettersi. E giustamente. E poi, siccome al Csm possono essere eletti solo giuristi, magistrati o avvocati, non è del tutto strano che, nel clima di guerra per bande all'interno del mondo della giustizia, alcuni siano indagati.

Infine, altro parallelo con il 1992, è lo stesso Parlamento che oggi, come allora, si è piegato di fronte alla spada dell'avviso di garanzia: e per di più nella scelta di chi inviare all'interno dell'organo di (auto) governo della magistratura. Un cedimento che, si spera, non ne porti con sé altri.

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