Ora è ufficiale (finalmente) A Milano si vive meglio

Ora è ufficiale (finalmente) A Milano si vive meglio

M ilano, finalmente. O la sua provincia, se vogliamo, tanto fa lo stesso: come dice Mario Botta, Milano arriva fino a Mendrisio, in Svizzera, ed è così. Un comune di un milione e mezzo scarso di abitanti, un indotto di otto milioni, il terzo in Europa. Una delle città che fanno tendenza nel mondo, copiata da tutti, compresa Parigi. La città in cui sono nati la plastica, il design industriale, il cattolicesimo sociale, il prêt-à-porter, il Pirellone (da sessant'anni il grattacielo più bello del mondo), Enzo Jannacci e migliaia di altre cose, la città di Leonardo - che non ci ha lasciato solo cenacoli e chiuse, ma il suo stesso modo di pensare, la sua stessa inquietudine fattiva, il suo bisogno di creare e realizzare sempre cose nuove - ebbene: possibile che Aosta, Modena, Trento, Treviso fossero considerate più vivibili di Milano? Giustizia è fatta: finalmente. Il rapporto del Sole 24Ore parla chiaro: la provincia di Milano (cioè Milano, come si è detto) è al primo posto nella speciale classifica. Non vogliamo disconoscere i vantaggi delle città piccole e medie, però attenzione quando si parla di città a misura d'uomo. Sappiamo veramente che cos'è la misura d'uomo? Io sono nato e cresciuto in una tipica provincia dell'Italia del nord. Prima dignitosa, poi benestante, poi decisamente ricca. Posti dove un politico, se ha deciso di non fare carriera, basta che usi la parola «cambiamento». Già: perché cambiare? In provincia non si vuol cambiare. Si sta bene così. Ma è a furia di «star bene così» che il paradiso si trasforma nell'inferno. A diciannove anni non ne potevo più di vivere in un posto dove tutti sapevano chi ero, chi era mio padre, dove compravo le scarpe, dove compravo il maglione, chi veniva a cena a casa mia, chi erano le amiche di mia mamma, che musica ascoltavo e così via. Una volta iscritto al primo anno di Filosofia, a Milano, giurai: mai più in provincia. Nel weekend, quando si tornava a casa, sentivo i miei amici dire «ecco, mi si allarga il cuore», ma nonostante l'amore per la mia famiglia io sarei rimasto volentieri a Milano, dove ad ogni buon conto mi sono sposato, ho messo su famiglia, vivo e lavoro, e dell'anonimato della grande città non m'importa niente, anzi: lo amo. Nel mio palazzo pochi inquilini mi conoscono e io conosco pochi inquilini, e stiamo bene così. Anche perché sappiamo che si può sempre cambiare. Se a Milano c'è un limite, che le statistiche difficilmente rilevano, è quello della soddisfazione di sé. A volte Milano è contenta, troppo contenta di essere Milano, e lì comincia la Milano-da-bere. Si siede su se stessa, noi qua noi là noi su noi giù. Allora è meglio che si scuota, la sua cultura serve proprio a questo: a scuotersi, a ripartire. Se tutto il mondo ci invidia, noi dobbiamo rimanere insoddisfatti. Dobbiamo rimanere ciò che siamo, la capitale morale, cioè la vera capitale, d'Italia. Inquieta, imprevedibile e perciò guida vera, vera autorità. E rifuggire la tentazione, fortissima, di trasformarci in una città-stato, come ci vedono in tante parti del mondo. L'autosufficienza sarebbe (e così è stata, nel tempo) la nostra rovina.

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