Quei genitori che affondano l'Italia

Perché la famiglia non aiuta i giovani ma li condanna

L'Italia è salvata o affondata dalla famiglia? L'Italia ancora una volta salvata dalla famiglia, è infatti il titolo dei giornali (a partire dal Corriere della Sera), a commento dell'ultimo rapporto Istat. Vi si parla di famiglie jobless salite dal 2014 al 2015 dal 9,4% al 14,2: un dato che fa paura. Queste famiglie senza lavoro (in genere i giovani), sopravvivono grazie all'aiuto delle altre, i più anziani. Padri e nonni che forniscono case, pensioni ed altro, consentendo la sopravvivenza delle nuove generazioni. In questi dati c'è tutta la generosità, spesso l'eroismo della tradizionale famiglia italiana. Ignorata del resto dai governi, che non solo non l'aiutano, ma anzi appena possono ne pensano una nuova per renderne più precaria e difficile l'esistenza. Tuttavia l'esercito di padri, madri e nonni, con sprezzo del pericolo (concreto) di una vecchiaia nella miseria, tira dritto sulla propria strada, e stringe la cinghia per aiutare quelli in difficoltà, come sempre ha fatto. Bravi! A guardare bene dentro questi dati però, viene ahimè da pensare un'altra cosa. Tanto più che anche quest'anno, come già da un pezzo, i famosi Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, sono ancora aumentati di un altro mezzo milione (arrivando a 2,3 milioni), mentre le industrie continuano a cercare mano d'opera specializzata che non trovano, e gli immigrati disposti a uscire dai circuiti assistenziali il lavoro lo prendono. Il dubbio allora è: non sarà che queste mamme e padri affettuosi e nonni samurai, con loro coretto intorno che come ogni anno canta bravi, bravi, l'Italia invece di salvarla la stanno affondando? Non sarebbe forse venuto il momento di fare quel famoso viaggio a Chiasso che Arbasino consigliava agli italiani già 50 anni fa, e cominciare a pensare che forse ci sarà qualche ragione se al di là delle Alpi, dove tra l'altro si fanno i soldi, ai giovani viene da sempre spiegato che quando avranno 18 anni circa verranno affettuosamente accompagnati alla porta di casa, con la raccomandazione di cercarsi un lavoro, e/o un titolo di studio che glielo assicuri, per il bene loro e dei loro antenati e discendenti? Assicurando anche loro che papà e mamma faranno il possibile per aiutarli a studiare (se proprio vogliono), ma a condizione che rimangano in pari con gli esami. Altrimenti si arrangino. E la laurea da prendere tutti, ad ogni costo (lasciando quindi andare in malora ottime scuole professionali), in un Paese che fino all'altro ieri era ancora in gran parte contadino, e che comunque era stato per un millennio la più grande e apprezzata fucina di alto artigianato d'Europa? Non sarà per caso stato il risultato di un patto scellerato tra mamme e papà vanitosi e disinformati, e sindacati avidi di conquistare iscritti da manovrare, che nelle botteghe artigianali non c'erano? Con il non evitabile risultato di legioni di figli stagnanti attorno alle università, che la laurea non la prendono mai e, appunto, né studiano né lavorano? Basta con la tiritera deamicisiana delle «famiglie che salvano l'Italia». È 10 anni che, dopo il rapporto Istat, ce la cantano. Meglio spiegare a tutti che nella vita, alla fine, ognuno si salva da sé. Chacun pour soi e Dieu pour tous. Ognuno per sé e Dio per tutti. Altrimenti tutto va a rotoli.

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