Porte in faccia a Matteo

E adesso come la mettiamo?

Porte in faccia a Matteo

E adesso come la mettiamo? L'Economist di questa settimana entra nel dibattito sul referendum costituzionale italiano e ci entra schierandosi apertamente per il No. L'Economist è una di quelle testate che dall'alto del suo prestigio viene sempre presa a esempio quando dice e scrive politicamente corretto. Un giornale-bibbia (con azionista di maggioranza italiano, la Exor degli Agnelli) per il mondo renziano: era contro Brexit e contro Trump. Peccato per Renzi che sia anche contro Renzi.

Qui sotto trovate ampi stralci dell'editoriale con cui invita gli italiani a votare «No» al referendum. E lo fa per una ragione: è meglio per l'Italia stessa. Ecco che cosa scrive il settimanale londinese: «(...) Se il referendum fallisce, Renzi sostiene che si dimetterà. Gli investitori e molti governi europei temono che la vittoria del No trasformi l'Italia nel terzo tassello del domino in un ordine internazionale che sta crollando, dopo la Brexit e l'elezione di Donald Trump. Eppure questo giornale crede che gli italiani debbano votare No.

La riforma costituzionale di Renzi non riesce ad affrontare il problema principale, ovvero la riluttanza dell'Italia alle riforme. E qualunque vantaggio secondario è superato dagli effetti negativi sopra a tutti il rischio (...)

(...) che, per cercare di porre un freno all'instabilità che ha dato all'Italia 65 governi dal 1945, porti al potere un uomo forte. Questo è il Paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi, un Paese che è inquietantemente vulnerabile al populismo. (...)

I dettagli del disegno di Renzi offendono i principi democratici. Per cominciare, il Senato non sarebbe eletto. Al contrario, la maggior parte dei suoi membri verrebbe scelta dalle assemblee regionali fra i consiglieri regionali e i sindaci. Le regioni e i comuni sono i livelli di governo più corrotti, e i senatori godrebbero dell'immunità. Tutto ciò potrebbe rendere il Senato una calamita per i politici più squallidi d'Italia.

Allo stesso tempo, Renzi ha fatto passare una legge elettorale per la Camera che dà un potere immenso a qualunque partito ottenga la maggioranza relativa nella Camera bassa. Sfruttando vari stratagemmi elettorali, garantisce che il partito più forte abbia il controllo del 54 per cento dei seggi. Il prossimo primo ministro quindi avrebbe un mandato quasi garantito per cinque anni.

Tutto questo potrebbe avere un senso, se si eccettua il fatto che la battaglia per far passare le leggi non è il problema principale dell'Italia. Misure importanti, come la riforma elettorale per esempio, possono essere votate anche oggi. In realtà, le legislature italiane approvano tante leggi quanto gli altri Paesi europei. Se il potere esecutivo fosse la risposta, la Francia prospererebbe: ha un sistema presidenziale forte, eppure, come l'Italia, è perennemente immune alle riforme. Il rischio del progetto di Renzi è che il beneficiario principale sia Beppe Grillo, un ex comico e leader del Movimento Cinque Stelle, una confusa coalizione che chiede un referendum per abbandonare l'euro. Nei sondaggi è a pochi punti di distanza dietro i Democratici di Renzi e recentemente ha conquistato il controllo di Roma e Torino. Lo spettro di un Grillo primo ministro, eletto da una minoranza e consolidato al potere grazie alle riforme di Renzi, è qualcosa che per molti italiani e per gran parte dell'Europa sarebbe preoccupante.

Un effetto negativo della vittoria del No sarebbe rafforzare la convinzione che all'Italia manchi per sempre la capacità di affrontare i suoi numerosi e paralizzanti problemi. Ma è proprio Renzi ad avere alimentato questa crisi, giocando il futuro del suo governo sul test sbagliato. Gli italiani non dovrebbero subire ricatti. Renzi avrebbe fatto meglio a discutere riforme più strutturali su tutto, dalla riforma della magistratura indolente al miglioramento del faticoso sistema scolastico. Renzi ha già sprecato quasi due anni nel tentativo di aggiustare la Costituzione. Prima l'Italia tornerà alle riforme reali, meglio sarà per l'Europa.

Che dire, allora, del rischio di un disastro, se il referendum fallisse? Le dimissioni di Renzi potrebbero non essere la catastrofe che molti temono in Europa. L'Italia potrebbe assemblare un governo provvisorio di tecnocrati, come molte volte in passato. Se, però, un referendum perso riuscisse davvero a scatenare il collasso dell'euro, allora sarebbe il segnale del fatto che la moneta unica è così debole che la sua distruzione era solo questione di tempo».

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