Migranti 'fantasma' sulle coste: la rotta che spaventa l'Italia

Dopo il report redatto dai servizi segreti sui circa ventimila migranti in partenza dalla Libia verso le coste siciliane, adesso si teme per il fenomeno degli sbarchi fantasma in Calabria. E intanto Erdogan potrebbe "minacciare" l'Italia

Migranti 'fantasma' sulle coste: la rotta che spaventa l'Italia

Quella del 2020 si sta confermando un'estate torrida per quanto concerne il fenomeno dell’immigrazione. Lampedusa e, la Sicilia in generale, hanno avuto già modo di fare i conti con i numerosi sbarchi e con gli arrivi di migliaia di migranti provenienti dall’altra parte del Mediterraneo. Un fenomeno che non ha dato tregua dall’inizio del mese di aprile ad oggi creando non pochi disagi agli amministratori locali i quali hanno fatto arrivare al governo centrale il proprio malcontento creando anche tensioni all’interno della stessa maggioranza. Lo scorso mese di luglio ad esempio si è oltrepassata la soglia dei 7000 migranti arrivati lungo le nostre coste a fronte dei 1088 arrivati lo stesso mese dello scorso anno.

Ed ancora non è finita:siamo ancora nel vivo dell’estate e il flusso degli sbarchi continua a far registrare numeri preoccupanti. Tutto ciò sembra confermare il report dei servizi segreti che era stato reso noto prima dell’estate in cui si parlava dell’arrivo ci circa ventimila migranti dalla Libia.

Tuttavia il principale fronte migratorio appare quello della Tunisia da cui è arrivato un terzo delle persone sbarcate. Il fenomeno degli arrivi di massa via mare non riguarda solamente la Sicilia,ma sta creando un serio campanello d’allarme anche in Calabria. Qui, il fenomeno degli sbarchi preoccupa ancora di più perché si tratta di quegli arrivi “fantasma” che non lasciano traccia se non si ha la “fortuna” di intercettarli. Di questa situazione aveva manifestato piena preoccupazione il presidente della Regione Calabria Jole Santelli. Quest’ultima, all’interno della fase lockdown, aveva espresso maggiore apprensione per gli sbarchi fantasma che per gli effetti del coronavirus. In un’intervista rilasciata ad aprile al quotidiano “La Repubblica” in merito all’avvio della fase 2 e al possibile ritorno del virus si era espressa così: “Se temo una seconda ondata di contagi? Al momento temo gli sbarchi, soprattutto quelli fantasma di piccoli gruppi che non vengono intercettati. In Africa non ci sono controlli, magari li dovremmo aiutare”. Parole forti quelle del governatore della Calabria che lasciano capire come il fenomeno degli arrivi fantasma stia prendendo sempre più piega con tutti i problemi che ne derivano.

Quei migranti positivi arrivati in Calabria

In effetti le preoccupazioni del presidente della Regione Calabria hanno trovato fondamento nel mese di luglio appena trascorso. In questo periodo infatti in più di un’occasione i migranti giunti nel territorio calabrese sono risultati positivi al coronavirus. Tutto questo ha generato non poche preoccupazioni tra i cittadini. Caso emblematico è stato quello di Amantea, paese dove il 13 luglio scorso, la popolazione è scesa in piazza dopo l’arrivo di almeno 13 bengalesi positivi sbarcati nei giorni precedenti lungo la costa della provincia di Cosenza. Un episodio quest’ultimo che ha mostrato la pericolosità della rotta che giunge in Calabria con riferimento all’attuale emergenza sanitaria.

La rotta turca e gli arrivi con le barche turistiche

Se i migranti che arrivano a Lampedusa e in Sicilia seguono la rotta tunisina o libica, quelli che arrivano in Calabria seguono quella turca. Dunque, con partenza dalla Turchia, attraversando l’Egeo e lo Jonio, in circa cinque giorni di navigazione, i migranti arrivano nella Calabria jonica riuscendo a disperdersi, mentre gli scafisti tornano indietro. Non è facile avere i numeri ufficiali che riguardano gli arrivi e questo perché gli scafisti non utilizzano mezzi “comuni” ma yatch e barche a vela, ovvero quelle imbarcazioni che si confondono con quelle usate dai turisti che navigano appunto nelle stesse acque. Anche nell’estate 2020 sono nell’ordine di diverse centinaia i migranti sbarcati. In questo modo è possibile arrivare alla destinazione prefissata senza particolari problemi. Il fenomeno non si è mai arrestato nonostante gli accordi tra Bruxelles ed Ankara: l’Unione europea paga tre miliardi di Euro al governo turco per trattenere in Anatolia i migranti. Nonostante ciò, dalla Turchia si continua a partire, anche se i numeri sono minori rispetto a prima.

Chi parte dalla Turchia

La rotta turca presenta proprie peculiarità rispetto a quelle del Mediterraneo centrale non soltanto per le dinamiche precedentemente illustrate, bensì anche per la nazionalità delle persone che provano ad arrivare in Europa. Per ovvi motivi geografici, sono molto pochi i cittadini di origine africana che dalla Turchia salpano verso l’Italia. Al contrario, i migranti che partono dalle coste del Paese anatolico sono in gran parte di origine asiatica. In primis, a risaltare è la presenza di siriani ed iracheni, soprattutto negli anni delle avanzate dell’Isis e dunque della guerra contro il califfato andata avanti fino al marzo del 2019.

Oltrepassando i confini turchi dai propri rispettivi Paesi, i migranti siriani ed iracheni percorrono dunque l’intera penisola anatolica per giungere poi nei porti di partenza. Tuttavia, per quanto concerne i cittadini provenienti dalla Siria, il discorso appare leggermente mutato a partire dal sopra citato accordo tra Bruxelles ed Ankara. Molti siriani infatti, vengono trattenuti dai turchi nei centri di accoglienza ed i soldi che ogni anno piovono dall’Ue dovrebbero servire a garantire loro adeguata accoglienza. È quindi più difficile notare persone uscite dalla Siria tentare di andare verso l’Italia.

Discorso diverso invece per migranti che hanno nazionalità riconducibili a Paesi centroasiatici. Dall’Afghanistan, da cui si continua a fuggire, così come dall’Uzbekistan e dal Tagikistan sono centinaia ogni anno le persone che arrivano in Turchia. A volte con mezzi legali, atterrando per esempio nei più importanti aeroporti di Istanbul, altre volte invece tramite rotte terrestri che oltrepassano il Caucaso. C’è chi cerca fortuna lavorando ed abitando nelle periferie delle metropoli turche, ma il più delle volte la vera meta è l’Europa. E questo specialmente da quando il governo del presidente Erdogan, a partire dallo scorso anno, ha promesso un giro di vite contro la presenza di migranti irregolari nelle città. Ecco quindi che i porti di partenza dove operano gli scafisti diventano luoghi di riferimento per chi intuisce di non poter rimanere a lungo in Turchia.

A partire da qui anche pakistani e bengalesi che rappresentano la maggioranza tra coloro che sono stati rintracciati nei mesi scorsi lungo le coste calabresi. Non mancano gli iraniani, i quali oltrepassano le frontiere turche a volte per motivi meramente economici, mentre in altre occasioni per circostanze politiche. Nello scorso mese di settembre ad esempio, a Rocella Jonica in un solo giorno sono stati 75 i cittadini provenienti dall’Iran scoperti a bordo di un’imbarcazione appena sbarcata.

Ad operare in Turchia sono quasi sempre organizzazioni criminali dell’est Europa, con il supporto logistico ovviamente di quelle locali. Ucraini, bulgari, russi, ma anche georgiani, bielorussi ed azeri, negli ultimi anni le operazioni della Polizia turca hanno portato alla scoperta di una vera e propria rete internazionale formata soprattutto da persone aventi le nazionalità prima riportate. Per loro reclutare scafisti, sempre dall’est Europa, appare abbastanza semplice: nel settembre del 2019 ad esempio, ha destato scalpore la storia di un ucraino che ha trasportato un’imbarcazione carica di migranti in Italia e che è entrato in contatto con le organizzazioni criminali tramite un’inserzione pubblicata su un giornale del suo Paese.

Il doppio ricatto di Erdogan all’Italia

Il fatto che la rotta turca dell’immigrazione risulti trafficata non deve sorprendere. E questo non solo perché gli scafisti presenti in Anatolia si sono dimostrati più organizzati, ma anche perché non bisogna dimenticare le velleità politiche del presidente turco Erdogan. La rotta turca è stata solo ridimensionata sia verso la penisola balcanica che verso il Mediterraneo, ma mai chiusa del tutto ed anzi attivata ad intermittenza a seconda delle esigenze politiche del “sultano” di Ankara.

Erdogan sembra che abbia tutto l'interesse spingere nelle prossime settimane decine di barconi verso l’Italia con il quale in questo momento ha diversi conti aperti. A partire dal discorso dei giacimenti di gas a largo di Cipro, fino al dossier libico. Ed è proprio su quest’ultimo fronte che Ankara può mettere ulteriore pressione a Roma sull’immigrazione: dal novembre scorso, come si sa, la Turchia è il principale partner del governo libico guidato da Fayez Al Sarraj. Dunque, Erdogan è nelle condizioni di poter far allentare i controlli da parte delle autorità di Tripoli lungo le coste della Tripolitania, permettendo nuove partenze verso la Sicilia. In poche parole, la Turchia sull’Italia ha due armi da puntare sul fronte migratorio: oltre che con le dinamiche relative alla rotta turca, Ankara potrebbe ricattare Roma anche con un parziale controllo della rotta libica.