"Presi in giro, così moriamo". L'ira della montagna contro Roma

Il comprensorio sciistico della Valchiavenna in ginocchio dopo l'ennesimo rinvio della riapertura dagli impianti. "Servono indennizzi immediati. Ora Roma agisca"

"Presi in giro, così moriamo". L'ira della montagna contro Roma

Tanta neve, previsioni di tempo bello, prenotazioni al completo. Protocolli sanitari rispettati alla lettera. Approvvigionamenti acquistati da alberghi, bar e ristoranti. Stagionali degli impianti di risalita e maestri di sci ingaggiati. Madesimo e tutta la Valchiavenna erano pronte a ripartire. Poi a poche ore dall’attesa riapertura degli impianti arriva lo stop. Una mannaia per l’economia della località sciistica della Valchiavenna, in ginocchio da mesi, che nel colpo di coda di una stagione disastrosa sperava di salvare il salvabile. Invece, ai lavoratori della montagna da Roma arriva l’ennesimo schiaffo. “Non è solo il danno economico. Dietro - dice a IlGiornale.it il presidente del Consorzio turistico di Madesimo, Roberto Milanesi - ci sono delle persone. Andava comunicato prima così ogni operatore avrebbe valutato se investire o meno. Non bisognava aspettare alle sette di domenica sera. Non hanno avuto alcun rispetto per le persone. La prima cosa è la salute, ma così il settore della montagna passa dalla desolazione per la chiusura prolungata alla rabbia per l’ennesima presa in giro”.

Sì, perché i lavoratori della montagna ad ogni ipotesi di apertura promessa, e poi sistematicamente disattesa, si sono adeguati alle normative anti Covid, investendo soldi, tempo e speranze. “Noi - spiega a IlGiornale.it Marco Garbin, direttore della società impianti "Skiarea Valchiavenna" - eravamo già pronti da novembre. Abbiamo iniziato con l’innevamento programmato per riaprire il 3 dicembre come stabilito dal Dpcm. Poi con il rinvio, prima al 7 gennaio, poi al 18 e l’ultimo al 15 febbraio, abbiamo continuato a mantenere in moto l’intera macchina impiantistica. Che si traduce in costi. Costi di pulitura dopo le continue nevicate, costi fissi per collaudi, manutenzioni ordinarie e bollette di luce e gas, spese per anticipare la cassa integrazione ai dipendenti che lo Stato deve ancora erogare da maggio dell’anno scorso. A cui si aggiungono le spese per adeguarsi a protocolli anti Covid modificati di continuo. Abbiamo acquistato le macchine per la santificazione, le casse automatiche per i biglietti, ingaggiato 32 stagionali e 5 cassiere che lunedì sono rimasti senza lavoro e senza ristori. Ci siamo organizzati con la pre vendita degli skipass per garantire una presenza contingentata per sicurezza al 20% su piste e impianti. Domenica sera eravamo al completo con 4mila utenti profilati. Ora dobbiamo rimborsare l’intera cifra. Non potevano dircelo a ottobre? Così almeno evitavamo spese inutili”.

Ma non è finita. Con lo stop si polverizza l’estrema speranza di contenere le perdite di una stagione senza precedenti con costi fissi incrementati e incassi zero. “Se il fatturato 2020 - continua Garbin - è stato di 6,5 milioni di euro, con più di 1 milione bruciato con il lockdown di marzo e la Pasqua annullata, quest’anno, con l’ultimo rinvio perdiamo il 100% degli utili. Zero entrate solo spese continue”. E oltre al danno anche l'ennesima beffa inflitta dalla triade Speranza-Cts-Iss. Ai costi di adeguamento per la riapertura si aggiungono gli oneri dello smantellamento di un sistema che era pronto per ripartire. “Ieri e oggi - aggiunge il presidente del Consorzio Madesimo - gli impiantisti hanno lavorato e stanno lavorando senza sosta per smontare tutto. Da stasera saremo completamente chiusi. Di nuovo.”

A pagare il conto di indecisioni e dietrofront last minute sono i piccoli imprenditori della Valchiavenna, dove la sopravvivenza di 13 comuni è legata al turismo invernale. Albergatori, ristoratori, gestori di bar, impiantisti che non hanno le disponibilità finanziarie per mettersi in stand by e attendere tempi migliori a virus archiviato. “Non servono ristori promessi, che poi non arrivano. Se non si interviene subito - tuona Milanesi - con indennizzi immediati calcolati sui costi sostenuti molte attività non riapriranno e l’economia della montagna muore. E con la montagna muore anche una fetta importante di Pil. Che da Roma se ne rendano conto. E, soprattutto, passino, per una volta, dalle parole ai fatti”.

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