La prova del nove del Quirinale

Si può definirla una prova del nove, oppure, usando il termine più brutto del lessico politico, una verifica, ma dopo l'insuccesso elettorale delle ultime elezioni comunali il centrodestra non può sbagliare la prova del Quirinale

La prova del nove del Quirinale

Si può definirla una prova del nove, oppure, usando il termine più brutto del lessico politico, una verifica, ma dopo l'insuccesso elettorale delle ultime elezioni comunali il centrodestra non può sbagliare la prova del Quirinale. Per la prima volta in trent'anni, per i voti che ha tra i grandi elettori, parlamentari e delegati regionali, può dire la sua, può determinare l'elezione di una personalità che non sia riconducibile direttamente alla sinistra o, addirittura, un suo esponente. Se non ci provasse per dissapori interni, se andasse in ordine sparso all'appuntamento, come gli capita spesso, perderebbe una grande occasione. Di più, se ciò si verificasse per le divisioni o per l'insipienza dei suoi leader (in un'eventualità del genere il termine non sarebbe esagerato), dimostrerebbe solo di essere un'entità presente sulla carta ma morta nella realtà. Un sepolcro imbiancato.

Finora, nell'euforia che ne ha appannato i sensi, per quell'ubriacatura di ottimismo che ha visto molti dei suoi esponenti comportarsi come se le prossime elezioni politiche fossero solo una formalità all'insegna di una vittoria data per certa, anche sull'argomento Quirinale la coalizione non ha dato il meglio di sé. Anzi. C'è chi ha accarezzato l'ipotesi Mario Draghi, chi ha escluso il bis di Mattarella e quant'altro, il tutto senza una vera strategia unitaria. Salvini e la Meloni hanno detto la loro, mentre Berlusconi, che conosce le liturgie di questi momenti, si è imposto un silenzio assordante. Ora, però, i giochi sono aperti, l'elezione del successore di Sergio Mattarella è il 18 gennaio, si può dire domani, e c'è da verificare se, come per il voto a Roma o a Milano, i leader del centrodestra si muoveranno secondo i loro calcoli di partito, spesso sbagliati come dimostrano i risultati di domenica scorsa; o se, invece, in un attimo di reminiscenza, cominceranno a ragionare secondo una logica di coalizione.

Del resto i primi ad avere interesse a mettere in piedi una strategia comune sono proprio Matteo Salvini e Giorgia Meloni: il primo ha sperimentato in questa legislatura che, se non hai la fiducia personale di un capo dello Stato, l'incarico di formare un governo te lo puoi scordare; l'altra, basta pensare a ciò che è successo in questa campagna elettorale, dovrebbe essere consapevole che corre l'identico rischio. Entrambi hanno bisogno, quindi, di una personalità di cui conoscono la lealtà e che abbia le relazioni e la capacità per garantirli in Europa. Silvio Berlusconi sarebbe l'identikit perfetto: per natura garantirebbe loro, ma anche un candidato premier di sinistra. Magari può essere considerata un'operazione complicata, di difficile riuscita, ma non provarci, o dissimulare, non dare cioè l'immagine di un centrodestra unito, sarebbe un grave errore. Forse non riusciranno ad eleggere una personalità così (e non è detto), ma sicuramente nell'intento ridaranno vita ad una coalizione.

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