Quanto vale la libertà?

Quanto vale la libertà?

Quando nel 2011 viene rapita nella provincia meridionale algerina di Alidena, Mariasandra Mariani spiega ai suoi aguzzini, militanti salafiti di al Qaeda che ormai da anni seminano una scia di sangue tra Mali, Mauritania e Algeria, che difficilmente i suoi famigliari sarebbero riusciti a pagare il riscatto, la mettono subito a tacere: “Il tuo governo dice sempre che non paga. Quando torni a casa vogliamo che tu dica alla tua gente che il vostro governo paga. Paga sempre”.

In un conflitto prettamente strategico come quello che l’Occidente combatte da decenni contro l’integralismo islamico, si è obbligati a ragionare guardando molto più in là. Un’azione compiuta oggi può avere ripercussioni negative anche dopo settimane, se non addirittura mesi. Per questo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, da sempre, si rifiutano di pagare i riscatti ai jihadisti. Sanno bene che quei soldi, spesi per salvare una singola vita che è finita nelle loro mani, verranno reimpiegati per finanziare il terrore islamista e costeranno la vita a molte altre vittime. “Gli americani ci hanno detto un sacco di volte di non pagare riscatti. E noi abbiamo risposto che non li vogliamo pagare, ma non possiamo lasciar morire i nostri cittadini”, spiegava anni fa un ambasciatore europeo al New York Times.

L’Italia è tra i Paesi che pagano sempre. Sempre. Lo ha fatto nel 2015 per riportare a casa Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti rapite l’anno prima nella Siria divorata dalla guerra civile contro Assad e dai tagliagole dell’Isis. E lo ha fatto nei giorni scorsi per strappare Silvia Romano dai jihadisti di al Shabaab. Quattro milioni di euro. Questa la cifra che Roma avrebbe versato nelle loro tasche. Per molti non c’è limite alla cifra che uno Stato deve spendere per salvare la pelle a un proprio connazionale. Per altri, invece, i soldi non sono la strada giusta. Gli Stati Uniti, per esempio, è vero che non pagano (almeno non ufficialmente), ma sono pronti a mettere a rischio la vita di un pugno di soldati mandandoli sul posto a liberare gli ostaggi. Il punto, infatti, non è la cifra che viene sborsata ma il fatto che, se si paga una volta e lo si sbandiera in giro, i jihadisti sanno che poi si pagherà sempre. Facendo il calcolo degli ultimi sequestri, per esempio, l’Italia avrebbe sborsato circa tra i 30 e gli 80 milioni di euro. Una cifra mai confermata ma che non si dovrebbe discostare poi tanto dalla realtà.

Il pagamento del riscatto non solo espone il Paese che paga a nuovi rapimenti. C’è anche un altro dato che è bene tenere a mente. Ce lo ha ricordato il portavoce dei jihadisti somali, Ali Dhere, in una intervista a Repubblica: “In parte (quei soldi, ndr) serviranno ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la jihad, la nostra guerra santa”. E la guerra santa di al Shabaab, come di tutte le sigle del terrore islamista, ha una lunga schiera di croci al camposanto. Per questo i volti sorridenti di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio rivelano che il governo non ha ben presente che tipo di battaglia stiamo combattendo contro il terrorismo islamico. Perché, se anche in questo momento la jihad è silente, non significa che presto o tardi non tornerà a colpirci.

Se, quindi, da una parte lo Stato deve preoccuparsi della sicurezza dei cittadini, dall’altra con il pagamento dei riscatti ai terroristi ne espone altre centinaia al rischio di essere colpiti: qual è, dunque, il prezzo della libertà?

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